Liza Minnelli, l’ottantenne regina di notti glamour e palcoscenici indimenticabili

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il 12 marzo è una data che per gli appassionati di cinema e musical segna il compleanno di una delle ultime grandi dive della scena internazionale: Liza Minnelli spegne ottanta candeline, portando con sé un’eredità artistica che pochi altri nel settore possono vantare. La sua esistenza, del resto, è da sempre un intreccio inscindibile tra il palcoscenico e la vita privata, una commistione che l’ha resa un’icona dallo stile immediatamente riconoscibile, capace di fondere l’energia grezza delle piste da ballo anni Settanta con l’eccesso controllato del decennio successivo. Nata a Los Angeles da una dinastia d’oro di Hollywood – il padre era il regista Vincente Minnelli, la madre la leggendaria Judy Garland – Liza ha dovuto faticare non poco per uscire dall’ombma ingombrante dei genitori, riuscendoci grazie a un talento smisurato e a una personalità che tracimava dallo schermo e dal palco. La sua voce, il suo modo di interpretare la canzone, non era mai mera esecuzione ma diventava narrazione biografica, un racconto in prima persona che coinvolgeva lo spettatore fino a farlo sentire parte di quella famiglia allargata che l’ha sempre accompagnata.

Il sigillo dell’EGOT e la consacrazione con “Cabaret”

Liza Minnelli, va ricordato, fa parte di quel club ristrettissimo di artisti che possono fregiarsi del Titolo di EGOT, avendo vinto almeno un Emmy, un Grammy, un Oscar e un Tony Award. Un traguardo, questo, che certifica una versatilità non comune, una capacità di spaziare dal piccolo schermo ai palchi di Broadway con una disinvoltura sorprendente. Ma è con il cinema che arriva la svolta definitiva: nel 1972, grazie alla regia di Bob Fosse in “Cabaret”, veste i panni di Sally Bowles, una ballerina di un locale berlinese agli albori dell’ascesa nazista, interpretazione che le vale la statuetta come miglior attrice protagonista e che la consegna alla storia. Quella pellicola non solo ridefinisce il musical cinematografico, ma crea un immaginario estetico fatto di giarrettiere, calze nere e un cappello a bombetta che sarebbe diventato il suo marchio di fabbrica, un simbolo di libertà e decadenza insieme. Le ciglia finte esagerate, il trucco pesante e quei movimenti felini sul palco diventano il suo lasciapassare per l’immortalità artistica, un linguaggio visivo che parla direttamente all’anima di chi guarda.

L’energia di “New York, New York” e il sodalizio con Halston

Se “Cabaret” la consacra, è con “New York, New York” di Martin Scorsese, nel 1977, che Liza Minnelli si appropria di un’altra canzone destinata a diventare un classico senza tempo. Il brano, che dà il titolo al film, viene interpretato con una tale intensità e disperata voglia di riscatto che ancora oggi, quando lo si ascolta, è impossibile non pensare al suo volto e alla sua voce roca. In quel periodo, la sua immagine pubblica si consolida anche grazie all’amicizia e alla collaborazione con lo stilista Halston, l’architetto del suo guardaroba più celebre: lui le confeziona abiti lunghi con ruches, frange, paillettes e tessuti che sembrano pensati per esaltare ogni suo movimento, trasformando il sudore della fatica in scintillii sotto i riflettori. Quella sinergia creativa dà vita a uno stile che unisce l’eleganza senza tempo dei musical di una volta con la spregiudicatezza delle notti allo Studio 54, il tempio newyorkese del divertimento dove Liza era di casa insieme ad amici come Andy Warhol e Bianca Jagger. La sua figura minuta, alta solo un metro e sessantatré, si ingigantiva indossando quelle creazioni, diventando il centro gravitazionale di ogni serata.

L’uscita delle memorie e lo scontro con Lady Gaga agli Oscar

Proprio in occasione di questo ottantesimo compleanno, e quasi a voler ribadire il controllo sulla propria narrazione, Liza Minnelli ha dato alle stampe la sua autobiografia, un volume di memorie intitolato “Le cabaret de ma vie” (o “Kids, Wait Till You Hear This!” nel titolo originale), scritto a quattro mani con il pianista e amico Michael Feinstein. Il libro, che si basa su centinaia di ore di conversazioni, non risparmia dettagli sulla sua complessa relazione con la madre Judy Garland – di cui a tredici anni si ritrovò a fare da infermiera a causa della dipendenza da farmaci – e sulle sue personali battaglie contro l’abuso di alcol e sostanze, una lotta che l’ha portata a dichiararsi felicemente sobria da oltre un decennio. Ma le pagine più chiacchierate, quelle che hanno già fatto il giro del mondo, riguardano un episodio recente e doloroso: la serata degli Oscar del 2022, quando fu costretta a salire sul palco in sedia a rotelle al fianco di Lady Gaga per consegnare il premio al miglior film. Nel libro, Minnelli racconta di aver chiesto di poter utilizzare una semplice sedia da regista a causa dei suoi problemi alla schiena, ma di essersi sentita umiliata dalla produzione e dalla stessa Gaga, la quale, secondo la sua versione, avrebbe preteso la sedia a rotelle per inscenare una sorta di salvataggio in diretta mondiale. Un “incubo”, lo definisce lei, che getta un’ombra sulla sua carriera recente e che dimostra come, anche a ottant’anni, la diva non abbia perso né la memoria né la schiettezza, continuando a lottare per il rispetto che le spetta.

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