Il via vai di droni da Sigonella e il nodo Trapani-Birgi: la Sicilia nella crisi iraniana
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Redazione Interno
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Un viavai incessante di velivoli senza pilota, una base navale trasformata in piattaforma di sorveglianza avanzata e un altro scalo, quello trapanese, finito sotto la lente d’ingrandimento della politica per il suo possibile ruolo in uno scenario di crisi internazionale. La mattina di mercoledì un drone Triton della Marina statunitense, uno di quei mezzi derivati dalla famiglia Global Hawk con un’autonomia superiore alle ventiquattr’ore, è decollato dalla stazione aeronavale di Sigonella, dirigendosi verso il Golfo Persico. Non si è trattato di un episodio isolato, va detto, perché negli ultimi giorni diversi esemplari di MQ-4C Triton sono stati avvistati mentre operavano nel Mediterraneo orientale, spingendosi probabilmente fino a latitudini più vicine all’area del conflitto. Questo pattern operativo, segnalato anche da analisti del settore come quelli di Itamilradar, suggerisce un temporaneo ma significativo aggiustamento nel posizionamento dei mezzi di intelligence, sorveglianza e ricognizione ad alta quota da parte americana: invece di utilizzare le basi avanzate negli Emirati Arabi Uniti, ritenute forse più esposte in questa fase di tensioni seguite agli attacchi contro l’Iran, si preferisce la sicurezza relativa – e la stabilità politica – della base siciliana, pur dovendo coprire distanze maggiori.
La fabbrica di intelligence del Mediterraneo e le sue ramificazioni
La Naval Air Station di Sigonella, va ricordato, non è certo un avamposto di second’ordine. Rappresenta da decenni il principale hub dell’aviazione di Marina statunitense nel Mediterraneo, un centro logistico nevralgico a supporto della Sesta Flotta, e in queste ore la sua attività si è fatta ancora più febbrile. Oltre ai droni Triton, che forniscono un monitoraggio persistente su vaste aree marittime, traffico navale e potenziali minacce, dallo scalo etneo si levano in volo anche i Poseidon P-8A, aerei da pattugliamento marittimo che aggiungono un ulteriore tassello a quel complesso mosaico di informazioni necessario alle forze navali – come il gruppo d’attacco della portaerei Abraham Lincoln, posizionato nei pressi del Golfo di Oman – per operare in sicurezza. A coordinare questa imponente mole di dati, e a garantire il flusso di comunicazioni globali tra droni, sottomarini e navi, c’è poi il sistema Muos di Niscemi, l’infrastruttura satellitare a lungo contesa che di fatto costituisce il sistema nervoso delle operazioni. È in questo quadro che si inseriscono le preoccupazioni sollevate dal Movimento 5 Stelle, con un’interrogazione – questa – che ha portato il ministro della Difesa Guido Crosetto a ribadire in Parlamento come l’utilizzo delle basi sul territorio nazionale, e in particolare di quelle americane, avvenga in aderenza a una cornice giuridica consolidata: accordi come il Nato Sofa del 1951 o il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954, aggiornato nel corso degli anni, regolano queste attività e nessun esecutivo ha mai sentito l’esigenza di modificarli.
L’ombra della guerra sullo scalo civile di Trapani
Se l’attenzione è catalizzata da Sigonella, un altro fronte si apre sulla costa occidentale dell’isola, dove l’aeroporto di Trapani-Birgi è finito al centro di un’interrogazione urgente presentata all’Ars dalla deputata regionale del M5S Cristina Ciminnisi. La richiesta, rivolta al governo regionale, mira a fare piena luce sull’effettivo impiego operativo dello scalo in questa fase di crisi. Birgi, è bene precisarlo, non è una base americana in senso stretto, ma un aeroporto militare italiano – sede del 37° Stormo dell’Aeronautica – che può essere attivato come base Nato in scenari di tensione, così come accaduto in passato durante le crisi nordafricane. La deputata pentastellata, nel suo atto, richiama un duplice ordine di problemi: da un lato la necessità di garanzie sulla sicurezza della popolazione, dall’altro la tutela dello scalo civile “Vincenzo Florio”, un’infrastruttura che punta a raggiungere un milione e mezzo di passeggeri entro l’anno e che potrebbe vedere compromessi i propri slot orari e corridoi di volo da un incremento delle attività belliche o addestrative.
Il nodo, e qui si torna al quadro generale, è proprio questo: la presenza di basi americane e Nato sul suolo italiano, e in particolare in Sicilia, è una realtà che comporta vantaggi geopolitici ma anche esposizioni oggettive. Quando il governo ribadisce che l’Italia non partecipa alle operazioni, spiega Crosetto, lo fa nella piena consapevolezza che per un attacco offensivo lanciato dal nostro territorio servirebbe una formale richiesta e una successiva autorizzazione da parte di Roma. Ma la logistica, l’intelligence e la sorveglianza – quelle che alimentano la macchina bellica – sono attività ordinarie che rientrano negli accordi e che difficilmente possono essere interrotte. E così, mentre i droni continuano a volare verso est, e il Muos trasmette i suoi dati, l’attenzione si sposta su tutte quelle installazioni, da Aviano a Ghedi, da Camp Darby a Napoli, che compongono l’architettura militare americana in Italia. Una presenza, quella statunitense, che l’attuale inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, gestisce con la consueta determinazione, lasciando agli alleati europei, e all’Italia in particolare, la gestione degli equilibri interni e delle inevitabili ripercussioni politiche.




