Belve Crime, l’ex pugile e lo scrittore: le voci dei condannati nell’ultima puntata

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Sul piccolo schermo, martedì 26 maggio, si è conclusa la stagione di Belve Crime, lo spin-off che Francesca Fagnani ha modellato sulla falsariga del programma madre, spostando però l’attenzione dagli interrogativi politici ai meandri della cronaca giudiziaria. Nell’ultimo appuntamento andato in onda in prima serata, si sono alternati sullo sgabello tre ospiti – accomunati da pene definitive – che hanno provato a raccontare, o a loro modo a ridimensionare, i fatti per cui sono stati condannati.

Tra questi figurava Mirko Ricci, ex pugile romano un tempo considerato una promessa del ring, finito in carcere per il sequestro di un bambino. L’intervista, come spesso accade in questo format, ha scavato nel divario tra il talento sportivo sprecato e la discesa verso reati violenti, senza che l’ex atleta, nonostante la condanna arrivata sino in Cassazione, offrisse una ricostruzione lineare di quanto accaduto in quella vicenda legata a un debito di droga.

Il «casino assurdo» di Mirco Ricci: il titolo di boxe e la gambizzazione

Classe 1982, Ricci aveva l’asticella del giudizio critico piuttosto alta prima che la sua carriera naufragasse tra alcol e criminalità. Lui stesso ha ammesso di aver iniziato a bere a quindici anni, al punto da arrivare a consumare «cinque, sei bottiglie di vino a sera» senza accorgersene. Eppure, proprio quando il suo pugilato sembrava decollare – basti pensare alla conquista del titolo italiano – ecco che la cronaca nera bussa alla porta.

Il 19 luglio 2014, poche ore dopo essersi aggiudicato il campionato, Ricci viene raggiunto da colpi d’arma da fuoco mentre si trova in auto nei pressi dello stadio Olimpico. Una gambizzazione, secondo gli inquirenti, dai contorni ancora poco chiari. Quando Fagnani gli ha chiesto se dietro potesse esserci una storia di scommesse, l’interessato ha liquidato la domanda, bollandola come una ricostruzione da «film americani». La sua versione è un’altra: magari qualcuno con cui aveva litigato, un’ipotesi che però non ha mai trovato seguito giudiziario.

La vicenda più grave, quella che gli è costata la carriera, riguarda il sequestro di un minore: un rapimento durato 48 ore, legato a un debito di droga che una donna avrebbe avuto nei confronti della madre dell’ex pugile. «Io non capisco perché sono entrato dentro a questa storia», si è giustificato lui, asserendo di aver solo portato 5mila euro alla madre, ritrovandosi poi in un «casino assurdo».

Nonostante la Cassazione abbia confermato la condanna, Ricci continua a mostrarsi straniato rispetto alla vicenda, seppur consapevole di aver sprecato un potenziale che lo avrebbe potuto portare lontano.

Soter Mulè e la morte durante il gioco erotico: l’omicidio colposo

Tra gli altri intervistati della serata figurava Soter Mulè, il cui nome è legato a una morte tanto assurda quanto tragica, avvenuta tra il 9 e il 10 settembre 2011. La vittima si chiamava Paola Caputo, una studentessa pugliese di appena ventiquattro anni, che perse la vita durante un gioco erotico estremo. La ricostruzione giudiziaria portò a una condanna per omicidio colposo, un verdetto che Mulè si trova ancora a scontare.

L’intervista di Francesca Fagnani, visibile anche in pillole video, ha ripercorso i contorni di quella notte, mettendo in luce le dinamiche che hanno trasformato un rapporto privato in un dramma giudiziario. Al pari degli altri ospiti, anche Mulè ha avuto modo di esporre la propria verità, sebbene il programma – nella sua anima cruda – abbia voluto restituire soprattutto il peso della sentenza e delle responsabilità penali accertate.

Daniele Ughetto Piampaschet: la scrittura, i racconti ritrovati e le scintille in tv

Momento di maggiore tensione è stato senza dubbio il colloquio con Daniele Ughetto Piampaschet, originario di Giaveno, che sta scontando venticinque anni nel carcere di Torino per l’omicidio di Anthonia Egbuna, una prostituta nigeriana di diciotto anni il cui corpo riaffiorò dalle acque del Po nel febbraio 2012. Il dettaglio più inquietante, emerso in aula, riguarda due racconti scritti dallo stesso Piampaschet, nei quali anticipava l’omicidio di una prostituta nigeriana per «salvarla» dalla tratta, nonché il delitto di una donna nigeriana e del suo amante per gelosia.

Per i magistrati, quelle pagine rappresentano un elemento indiziario pesantissimo; per l’imputato, invece, sono solo frutto di un’estetica letteraria. «Ma davvero i giudici pensano che una persona che ha una laurea in filosofia come me sia così stupida da uccidere una persona, massacrarla, scrivere un racconto e poi conservarlo?», ha tuonato durante l’intervista, visibilmente alterato. Piampaschet ha poi aggiunto, quasi filosofeggiando, che «queste ragazze fungevano anche potentemente come muse ispiratrici».

La Fagnani, però, lo ha riportato con i piedi per terra, ricordandogli che non è il Marchese de Sade e che la realtà del cadavere nel Po non può essere liquidata con un’estetica della crudeltà. Lo scrittore ha perso più volte il controllo, obbligando il proprio avvocato a intervenire per calmarlo. Ha rilanciato poi con una teoria accusatoria verso la mafia nigeriana, sostenendo che il testimone chiave in grado di scagionarlo sia stato fatto sparire. Tesi, gli ha ricordato la conduttrice, respinta per tre volte dai giudici in sede di revisione.

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