Incendio sul Monte Faeta, la tregua del vento e le ore decisive per il rogo
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Redazione Interno
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A bruciare, tra Capannori e il confine con la provincia di Pisa, è un’area estesa di macchia mediterranea e pini che l’accessibilità impervia sta trasformando in una trappola per i soccorritori. Non ci sono strade per raggiungere il fronte attivo, e questa mancanza di viabilità, aggravata da un territorio che sale ripido verso il Monte Faeta, costringe le squadre a terra a operare con le sole attrezzature manuali, un lavoro certosino che procede metro per metro. La colonna di fumo, visibile anche da Firenze e lungo l’asse della Firenze-Pisa-Livorno, racconta la persistenza di un rogo che nessuno è ancora riuscito a dichiarare domato. Ieri pomeriggio, martedì 28 aprile, le fiamme erano divampate all’improvviso; nella mattinata di oggi, mercoledì 29, c’è stato un momentaneo spegnimento, ma poi nuovi focolai – probabilmente alimentati dalla brace rimasta attiva nel sottobosco – hanno ripreso vigore.
Canadair in volo e la «Gauf» in azione
La macchina dei soccorsi, per rispondere a questa recrudescenza, ha alzato il tiro. Mentre il fumo si alzava nuovamente nel cielo, sono entrati in scena due **Canadair** – i mezzi anfibi per eccellenza nella lotta ai roghi – che stanno effettuando rifornimenti in mare davanti al Parco Regionale di San Rossore per poi tornare a bombardare la collina. A questi si aggiungono due elicotteri della flotta regionale, impiegati fin dalle prime ore del mattino per sfruttare al massimo le ore di luce e tentare di creare una linea di contenimento. Non solo mezzi pesanti: sul terreno si contano dieci squadre, un mix di operai forestali dell’Unione dei Comuni della Mediavalle e volontari specializzati, a cui si aggiunge un nucleo della squadra «Gauf». Quest’ultima, composta da esperti nell’uso di manovre specifiche per il fuoco, rappresenta la risposta tecnica a un problema logistico enorme; il loro intervento, spesso a ridosso delle fiamme, cerca di sopperire all’impossibilità di fare arrivare i camion dei pompieri.
La variabile del vento, un rischio concreto
A complicare ulteriormente il quadro – e a tenere alta la tensione nella sala operativa regionale – è l’evoluzione meteorologica prevista per le prossime ore. Dopo una giornata di relativa clemenza, dove l’assenza di folate intense ha permesso ai mezzi aerei di operare in sicurezza, l’attenzione è tutta rivolta all’allerta gialla diramata dalla Protezione Civile per vento. Il timore, in questi frangenti, è che una improvvisa accelerazione delle correnti possa trasformare un incendio già ingestibile per conformità del territorio in una corsa incontrollata verso nuove aree, magari quelle più vicine ai centri abitati di Santa Maria del Giudice o di San Pantaleone, dove il fronte del fuoco si è pericolosamente avvicinato ieri. La siccità che sta stringendo la Toscana in queste settimane gioca un ruolo nefasto; la vegetazione è secca, reattiva, pronta ad accendersi di nuovo al primo soffio di vento.
I numeri della mobilitazione
La Regione, attraverso i canali ufficiali e gli aggiornamenti del presidente **Eugenio Giani**, ha confermato un dispositivo che cerca di non lasciare scampo al fuoco. Ma è la natura del fronte a renderlo così insidioso: non è l’estensione enorme a preoccupare – seppur consistente – quanto il fatto che si tratti di un’area «a macchia di leopardo», dove le fiamme riemergono a distanza di ore dall’apparente spegnimento. Non si contano, tra i residenti, le segnalazioni di odore acre di bruciato che copre le campagne, mentre i vigili del fuoco del comando di Lucca continuano i turni di lavoro a ritmi serrati per evitare che le fiamme, sfruttando l’oscurità e il possibile rinforzo del vento, si riavvicinino alle case nella notte. Il sistema antincendi boschivi regionale ha messo in campo tutte le risorse disponibili, coordinandosi con i volontari pisani di San Giuliano Terme, a dimostrazione di come un confine amministrativo per il fuoco sia un concetto del tutto astratto.




