Herzog condanna gli “atti brutali” sulla Flotilla, due italiani bloccati in Libia

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Redazione Sport Redazione Sport   -   L’esecutivo Netanyahu non ha ancora offerto scuse formali ai governi stranieri i cui cittadini sono stati coinvolti nell’intercettazione della Flotilla diretta a Gaza, ma il presidente israeliano Isaac Herzog è intervenuto ieri per condannare quanto accaduto, parlando di “atti brutali” perpetrati contro i fermati da “una manciata di persone” che, a suo dire, ritengono che gli arrestati “non abbiano diritti umani”.

Le sue dichiarazioni – arrivate dopo che i video diffusi sui social dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir avevano fatto il giro del mondo, mostrando decine di attivisti in ginocchio con le mani legate e la fronte a terra nel porto di Ashdod – rappresentano una presa di distanza netta dalle modalità dell’operazione, sebbene l’Idf abbia invece respinto ogni accusa, sostenendo di aver agito “nel rispetto delle procedure e dei diritti”.

Le immagini, acquisite intanto dalla procura di Roma, sono diventate oggetto di un’inchiesta che i magistrati del capoluogo laziale stanno conducendo anche attraverso l’analisi dei referti medici dei primi attivisti che hanno sporto denuncia.

Le indagini della procura di Roma e lo “scontro” tra Herzog e Ben Gvir

Nel registro degli indagati non risultano ancora iscritti nomi, ma la lente degli inquirenti – coadiuvati anche dalla documentazione prodotta dalla Fondazione Hind Rajab – si sta orientando in prima battuta sui vertici della Marina israeliana, in particolare su chi abbia dato l’ordine di abbordaggio delle imbarcazioni della “Sumud”. Da accertare, poi, il ruolo eventuale del capo di Stato maggiore della Difesa e del responsabile del servizio penitenziario israeliano, quest’ultimo già intervenuto con una nota per difendere il comportamento degli agenti.

La frattura politica emersa a Gerusalemme è netta: mentre Herzog denunciava “un terribile processo di imbestialimento” che rischia di normalizzare la violenza contro i detenuti, Ben Gvir ha replicato furiosamente che il presidente “non è degno di stare al suo posto”, rivendicando con orgoglio la propria condotta. I primi ministri di Canada, Australia e diversi Paesi europei, intanto, hanno convocato gli ambasciatori israeliani per chiedere chiarimenti, mentre la premier Giorgia Meloni ha sollecitato una formale richiesta di scuse da parte dello Stato ebraico.

Le denunce di abusi e violenze: “Almeno 15 casi di aggressione sessuale”

Le testimonianze raccolte tra gli attivisti rilasciati dipingono un quadro di violenze sistematiche: l’ong Adalah ha documentato decine di partecipanti con sospette fratture alle costole, difficoltà respiratorie e segni di utilizzo frequente di taser anche sui corpi bagnati, mentre gli stessi organizzatori della flottiglia hanno parlato di “almeno 15 casi di aggressione sessuale, incluso lo stupro”, aggiungendo che alcuni sarebbero stati colpiti con proiettili di gomma a distanza ravvicinata.

Un attivista australiano ha raccontato che una donna è stata trascinata per tutto il centro di smistamento con mani e piedi legati insieme, mentre un economista italiano rientrato a Roma ha riferito di essere stato spogliato, gettato a terra, preso a calci e di aver assistito a scene di violenza sessuale ai danni di altri compagni di prigionia.

L’Idf ha respinto ogni accusa assicurando che “qualunque denuncia concreta sarà esaminata”, ma il carcere israeliano ha giustificato le proprie modalità sostenendo che gli agenti hanno agito “secondo procedure e considerazioni professionali”.

La carovana di terra bloccata a Sirte: due italiani fermati

Si è incagliato in Libia, intanto, il tentativo parallelo di portare aiuti via terra: la “Global Sumud Land Convoy”, partita dalla Mauritania con circa trecento membri provenienti da venticinque Paesi, è stata fermata a Sirte, nella zona sotto il controllo delle autorità del generale Khalifa Haftar.

Tra i dieci attivisti del gruppo avanzato che si erano staccati dal convoglio principale per tentare di negoziare il passaggio – utilizzando due auto e un’ambulanza – figurano due italiani, un uomo pugliese e una donna piemontese, identificati rispettivamente come Domenico Centrone (33 anni, originario di Molfetta) e Dina Alberizia.

“Abbiamo perso i contatti con loro – ha spiegato la portavoce italiana della Flotilla, Maria Elena Delia – e secondo quanto ci risulta finora potrebbero essere stati arrestati e trasferiti a Bengasi, dove sarebbero trattati come potenziali clandestini per mancanza di un permesso di sicurezza speciale”.

Il resto del convoglio – che include anche altre dieci persone di nazionalità italiana – si è accampato a un chilometro dal checkpoint in attesa di sviluppi, mentre la Farnesina ha attivato la propria unità di crisi per seguire la vicenda e prestare assistenza consolare.

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