Pnrr, l’ultimo miglio tra numeri record e cantieri incompiuti: l’audizione di Foti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mercoledì 3 giugno, alle ore 14, l’Aula Convegni del Senato farà da cornice a un passaggio cruciale per il futuro del Piano nazionale di ripresa e resilienza: le Commissioni riunite Bilancio e Politiche Ue di Camera e Senato hanno convocato il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, per un’audizione che si preannuncia tutt’altro che formale.

L’oggetto del confronto – gli aspetti operativi legati alla fase finale del Piano – arriva a ridosso di una scadenza che ormai incombe come un’incudine: il 30 giugno, tra un mese esatto, la campana suonerà decretando di fatto la conclusione delle danze per gran parte degli investimenti. È in questo clima, tra l’urgenza di certificare i numeri e la realtà fisica dei cantieri ancora aperti, che si gioca la partita più difficile per l’esecutivo.

La fotografia dei conti: 166 miliardi incassati e la corsa contro il tempo per la decima rata

Se si guarda al dato macroeconomico, l’Italia può rivendicare a ragione un primato in Europa. Come emerso anche nel corso del recente convegno “L’Italia del Pnrr” a Milano, il nostro Paese ha già incassato 166 dei 194,4 miliardi di dotazione complessiva, portando a casa l’86% delle risorse messe in campo da Bruxelles.

Un risultato, questo, che diventa ancora più significativo se si considerano le turbolenze esterne – il ministro Foti ha ricordato come l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 abbia fatto schizzare i costi delle materie prime, costringendo molte imprese a desistere dagli appalti. Al netto di queste scosse, la macchina amministrativa ha certificato una spesa effettiva di circa 120 miliardi, supportata dal raggiungimento di 416 traguardi.

Tuttavia, l’ago della bilancia pende ora sulla decima e ultima rata, del valore di 28,4 miliardi: per incassarla, l’Italia deve rendicontare 159 obiettivi entro il 31 agosto, un numero quasi triplo rispetto alle precedenti tornate.

La strategia per salvare i cantieri: “lavorazioni residuali” e la spada di Damocle dei ritardi

Per evitare il disastro di progetti lasciati a metà – e la conseguente perdita di risorse comunitarie – il Ministero delle Infrastrutture ha messo a punto una vera e propria operazione di salvataggio tecnico. Una risposta scritta a un’interrogazione parlamentare (presentata dagli onorevoli Mazzetti e Cortelazzo) ha infatti chiarito un punto di non poco conto: il certificato di collaudo per un’opera pubblica finanziata dal Pnrr può essere emesso anche se restano da completare “lavorazioni residuali di modesta entità”, purché queste non ne compromettano la funzionalità.

Una flessibilità concessa proprio per rispettare la scadenza inderogabile del 30 giugno 2026, che mira a chiudere formalmente gli interventi anche dove il cantiere, in realtà, non è ancora stato smantellato del tutto. Questo escamotage, sebbene necessario per non perdere i fondi della decima rata, rischia però di trasferire il problema più avanti, lasciando a Comuni e Regioni l’onere di completare le opere con risorse proprie o con i fondi residui degli strumenti finanziari (ben 24 miliardi già accantonati a tal fine).

Il paradosso territoriale: il Sud accelera nei lavori ma fatica a spendere

La fotografia scattata dalla Corte dei Conti nella sua ultima relazione semestrale offre uno spaccato controintuitivo delle performance geografiche. Se da un lato, tradizionalmente, si tende ad associare il Mezzogiorno a una lentezza burocratica insanabile, i dati rivelano una realtà più sfumata e complessa: i progetti procedono in realtà più rapidamente nelle regioni del Sud rispetto alla media nazionale, almeno per quanto riguarda l’avanzamento fisico delle opere.

L’apparente vantaggio – spiegano i magistrati contabili – potrebbe però dipendere dalla minore dimensione finanziaria degli interventi meridionali o da procedure accelerate messe in campo per velocizzare l’assegnazione dei lavori. Il rovescio della medaglia, ed è qui che si annida il paradosso, è che sotto il profilo dei pagamenti effettivi il Sud resta indietro: se il Veneto sfiora il 54% di spesa certificata, la Calabria si ferma a un pallido 29%.

Numeri che disegnano un’Italia a due velocità anche sul fronte delle cosiddette “opere fantasma”, dove il rischio di nuovi divari territoriali post scadenza è concreto.

Cosa resta dopo il 30 giugno: strutture vuote e la sfida dell’esercizio

Oltre il dogma della rendicontazione, il vero banco di prova per il Paese sarà capire cosa ne sarà delle strutture una volta consegnate. Prendiamo il caso delle Case della Comunità, cardine della riforma sanitaria voluta dal Pnrr: l’obiettivo di costruirne 1.038 è a portata di mano, ma ad oggi solo il 3,8% di questi edifici è pienamente operativo e funzionante.

Tradotto in termini non tecnici, l’Italia rischia di trovarsi con decine di migliaia di metri quadri di nuovi muri e impianti – dagli asili nido agli ospedali – senza avere le coperture finanziarie per pagare le bollette, gli stipendi degli infermieri o gli insegnanti.

Una criticità, questa, sollevata dagli economisti di Assonime, che avvertono: se la misurazione degli obiettivi del Piano continua ad avere un valore meramente amministrativo (tagliare un nastro) e non pratico (garantire un servizio), il debito contratto con l’Europa (gran parte dei 122 miliardi sono prestiti da restituire) rischia di trasformarsi in un macigno senza il corrispettivo beneficio sociale.

Al netto delle rassicurazioni politiche, l’audizione di Foti servirà proprio a chiarire se e come si intende far “vivere” queste infrastrutture dopo che la macchina del Pnrr si sarà fermata definitivamente.

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