Petroliere fantasma: la flotta ombra che minaccia il Mediterraneo
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Redazione Esteri
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Nel buio di una guardia notturna, il radar di una plancia di comando può rimanere muto, mentre scivola nell'oscurità un'ombra lunga centinaia di metri. È questo, raccontano i marinai, l'incubo concreto di chi solca rotte sempre più affollate da "fantasmi": petroliere che, navigando con i trasponder spenti o camuffando la propria identità, eludono ogni controllo. Un'inchiesta del Giornale dei Marinai ha portato alla luce la consistenza di questa cosiddetta "Dark Fleet", una flotta ombra le cui dimensioni, secondo alcune stime, raggiungono ormai le migliaia di unità. Queste navi, spesso battenti bandiere di comodo e prive delle coperture assicurative e degli standard di sicurezza internazionali, solcano quotidianamente le acque del Mediterraneo, trasformando un mare già complesso in un potenziale teatro di disastri ambientali senza colpevoli né risarcimenti.
Allarme nello Stretto: la deriva della Chariot Tide
L'allerta, di recente, è scattata al largo delle coste spagnole, dove un episodio ha offerto un'inquietante dimostrazione del pericolo. La petroliera Chariot Tide, formalmente iscritta al registro del Mozambico, è stata trovata in avaria mentre andava alla deriva nella corsia di traffico dello Stretto di Gibilterra, un passaggio cruciale e delicatissimo. La nave, come confermato da Ecologistas en Acción de Andalucía, aveva perso il controllo, costringendo l'intervento della unità di soccorso spagnola Clara Campoamor e, successivamente, di due rimorchiatori marocchini chiamati a trainarla nel più sicuro Mare di Alboran. L'incidente, sebbene risolto senza conseguenze drammatiche, ha messo in luce la vulnerabilità del sistema: un'imbarcazione opaca, che viaggiava da giorni a velocità ridotta, ha rischiato di creare un ingorgo pericoloso o un incidente in una delle autostrade del mare più trafficate.
La sfida geopolitica della flotta ombra russa
Questa ombra sul mare, tuttavia, non è solo frutto di incuria o di armatori senza scrupoli, ma si inserisce in uno scenario geopolitico di ampia portata. Una parte significativa di queste navi è infatti associata alla cosiddetta "flotta ombra" russa, impiegata da Mosca per trasportare il proprio petrolio aggirando le sanzioni occidentali imposte dopo l'invasione dell'Ucraina. La presenza di queste unità, che non rispettano i regolari standard internazionali di navigabilità e identificazione, è divenuta un aperto motivo di scontro. Recentemente, ad esempio, otto nuove petroliere riconducibili a questa rete sono state individuate nella Manica, a poche miglia dalle coste inglesi e francesi, nonostante le dichiarazioni di linea dura dei governi di Londra e Parigi e nonostante alcuni sporadici abbordaggi condotti per verificarne il carico.
L’interdizione in mare: un labirinto giuridico e operativo
La risposta a questa minaccia, che comprende anche il rischio potenziale di danni a infrastrutture critiche sottomarine, si scontra con un intricato groviglio di difficoltà. L'interdizione in mare di navi che operano in questa zona grigia, come sottolineano analisti del settore della difesa, è una sfida di notevole complessità. Il punto cruciale risiede proprio nella loro natura anomala: non essendo navi a standard riconosciuti, con regolare bandiera e assicurazione, sfuggono a molti degli obblighi e dei controlli convenzionali. Ciò le rende strumenti ideali per attività illecite, ma al contempo rende estremamente complicato per le autorità marittime nazionali o per le coalizioni internazionali intervenire in maniera efficace e rapida, senza violare intricate norme di diritto del mare e senza innescare dispute diplomatiche di ampia portata.




