La trattativa Usa-Iran resiste ai raid, ma lo sblocco dei fondi resta il vero nodo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nonostante l’ennesima escalation tra Tel Aviv e Teheran – con i razzi che hanno ripreso a solcare i cieli nella notte, colpendo il nord di Israele e innescando le contromisure israeliane – il canale diplomatico tra Washington e la Repubblica Islamica, per quanto traballante, risulta ancora aperto.

Lo ha confermato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Baghaei, il quale – nel corso di una conferenza stampa improvvisamente interrotta da una forte esplosione avvenuta in città – ha sottolineato come il processo negoziale con gli americani continui nonostante le oggettive difficoltà operative. Una dichiarazione, quest’ultima, che arriva a poche ore dagli attacchi israeliani su Teheran e che tenta di separare concettualmente la rappresaglia militare, ritenuta legittima da Teheran, dalle delicate discussioni in corso per giungere a un accordo quadro.

Baghaei, del resto, ha ribadito con fermezza che l’Iran non intende fare alcuna concessione di principio, insistendo in particolare su quella che ormai è diventata la pietra d’inciampo principale del negoziato: lo sblocco immediato dei fondi iraniani congelati, una somma che fonti vicine al dossier quantificano in circa 24 miliardi di dollari.

Il nodo finanziario e la pressione di Trump su Israele

La partita, a ben vedere, si gioca tutta sui due binari paralleli della deterrenza militare e della finanza. Da un lato, Teheran subisce le conseguenze dei bombardamenti israeliani – le cui operazioni, secondo la lettura fornita dallo stesso portavoce Baghaei, "non possono essere separate" dalla politica complessiva degli Stati Uniti – e dall’altro, proprio Washington viene indicata come l’interlocutore principale capace di rimuovere l’embargo finanziario. L’amministrazione Trump, che ormai da più di un anno ha ripreso il controllo della Casa Bianca, sembra spingere proprio in questa direzione.

Secondo quanto riportato nelle ultime edizioni dei telegiornali, il presidente americano avrebbe avuto un colloquio serrato con Benjamin Netanyahu, durante il quale avrebbe ribadito un concetto chiaro: gli attacchi iraniani, per quanto violenti, non devono compromettere i progressi fatti al tavolo negoziale.

Trump, che vede nella firma di un patto con Teheran un potenziale lascito strategico, ha invitato Israele a evitare nuove escalation che possano far deragliare le trattative, chiedendo al contempo a Hezbollah – attraverso i canali diplomatici indiretti – di limitare le proprie operazioni a raid più mirati, se non di cessarle del tutto.

La matassa libanese e i raid come variabile indipendente

A complicare ulteriormente lo scenario, però, è proprio la situazione in Libano, divenuta ormai un’ variabile indipendente difficilmente controllabile. I raid israeliani sulla capitale Beirut e i nuovi ordini di evacuazione per la città di Tiro hanno riacceso la miccia di una tensione che i sessanta giorni di cessate il fuoco precedenti erano riusciti solo in parte a smorzare.

Da una prospettiva iraniana, la resistenza di Hezbollah rappresenta un elemento di pressione non negoziabile; dall’altra, Israele considera la minaccia proveniente dal confine settentrionale come un casus belli permanente. Il risultato di questa equazione complessa è una sorta di "escalation controllata".

Ebrahim Rezaei, portavoce della commissione parlamentare iraniana per la Sicurezza nazionale, aveva evocato una risposta "decisiva e dolorosa"; nella realtà dei fatti, la rappresaglia iraniana per il momento si è limitata a colpire obiettivi nel nord di Israele, risparmiando i grandi centri urbani come Tel Aviv o Gerusalemme. Una strategia, questa, che lascia intendere come Teheran voglia mantenere vivo il braccio di ferro militare senza però precludersi la via del negoziato economico.

Il dossier dei fondi congelati e lo scenario militare alternativo

Lo stallo, insomma, è destinato a protrarsi finché non si troverà una quadra sullo sblocco delle risorse iraniane, un punto sul quale il regime guidato dalla Guida Suprema non intende transigere. Gli Stati Uniti, dal canto loro, mostrano però un atteggiamento prudente.

Sebbene il presidente Trump abbia più volte teorizzato la bontà di un’intesa, nelle ultime settimane ha anche ventilato – con dichiarazioni riprese dalle agenzie di stampa internazionali – la possibilità di ricorrere a un’operazione militare "di commando" in territorio iraniano, qualora l’accordo dovesse fallire nel merito.

Una eventualità, quest’ultima, che riguarderebbe interventi mirati su obiettivi specifici – forse impianti petroliferi o siti nucleari rimasti ancora intatti – piuttosto che un’invasione su larga scala, la cui logistica appare al momento impraticabile e politicamente impopolare.

In attesa di capire se prevalerà la via della diplomazia o quella delle operazioni speciali, i fondi iraniani rimangono al centro di un braccio di ferro che vede contrapposte la necessità americana di mantenere una leva di pressione e l’urgenza di Teheran di rimettere mano alle proprie riserve valutarie, essenziali per sostenere un’economia provata dalle sanzioni e dalle spese belliche.

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