Aumentano le accise sul diesel, si chiude un'era di agevolazioni
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Redazione Economia
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Il governo ha deciso di accelerare il passo, trasformando una transizione che doveva essere graduale in un cambiamento immediato e dirompente. La legge di Bilancio per il 2026, recentemente varata dal Consiglio dei ministri e in attesa del passaggio parlamentare, stabilisce infatti che le accise su benzina e gasolio, dopo un primo parziale aggiustamento avvenuto lo scorso maggio, verranno pienamente equiparate a partire dal primo gennaio del 2026. Un intervento, questo, che segna la fine di un'epoca storica per la mobilità italiana, la quale ha visto per decenni il diesel godere di un trattamento fiscale privilegiato, diventando di fatto il carburante di riferimento per interi settori produttivi e per milioni di automobilisti. La misura, che era stata preannunciata con un anno di anticipo, abbandona il percorso originale – pensato per distendersi con incrementi annuali di 1-1,5 centesimi fino al 2030 – per imporsi con un unico, significativo balzo.
Il meccanismo dell'equiparazione e gli effetti sul mercato
Secondo il testo "bollinato" dalla Ragioneria generale, il meccanismo operativo dell'equiparazione si baserà su un duplice movimento: da un lato, l'accisa sulla benzina subirà una riduzione di 4,05 centesimi al litro, mentre dall'altro, quella sul gasolio verrà aumentata della stessa identica aliquota. Questo doppio scambio condurrà entrambe le imposte a incontrarsi sul valore unitario di 0,6726 euro al litro, un prezzo che, se da una parte alleggerisce il carico per chi fa rifornimento di benzina, dall'altra appesantisce in maniera sensibile il costo del pieno di diesel. Una manovra che, è bene sottolinearlo, avrà ripercussioni profonde soprattutto su quei comparti, come il trasporto merci su gomma e l'agricoltura, che hanno costruito le proprie logistiche e i propri bilanci proprio sul minor costo del gasolio, e che ora si troveranno a dover ricalcolare le proprie strategie di spesa in un panorama radicalmente mutato.
Le ricadute per le casse dello Stato e il contesto europeo
L'operazione, al di là degli effetti sul mercato interno e sulle tasche dei cittadini, rappresenta per lo Stato italiano una fonte di gettito aggiuntivo di notevole entità. Si stima che il fisco incasserà, soltanto nel corso del primo anno di applicazione della nuova norma, circa 550 milioni di euro, una cifra che, estesa fino al 2033, potrebbe arrivare a totalizzare fino a 2,6 miliardi di euro. Questa scelta fiscale non nasce però in un vuoto politico, bensì si inserisce con precisione nel più ampio quadro dettato dall'Unione Europea, la quale spinge da tempo gli Stati membri verso la progressiva eliminazione dei Sussidi ambientalmente dannosi (SAD). L'obiettivo dichiarato, almeno nelle intenzioni dei legislatori, è quello di rendere il sistema tributario più coerente con le politiche ambientali, disincentivando, attraverso la leva fiscale, l'utilizzo di carburanti considerati più inquinanti e spingendo, seppur indirettamente, verso una transizione energetica ormai non più procrastinabile.
Uno sguardo sul futuro prossimo della mobilità
Con questo intervento, il quale cancella di colpo il vantaggio competitivo di cui il diesel ha goduto per tanto tempo, si apre una fase nuova e per molti versi imprevedibile per il parco auto nazionale. Se ne vedranno le conseguenze non solo nelle scelte di consumo immediate, ma anche nelle strategie a lungo termine delle case automobilistiche e nelle politiche industriali del Paese. La parità di trattamento fiscale tra i due carburanti principali, di per sé, non costituisce una rivoluzione green, ma rappresenta senza dubbio un tassello significativo in quel complesso mosaico di misure che dovranno guidare l'Italia verso i traguardi di sostenibilità fissati a livello continentale, ridefinendo al contempo le priorità e le abitudini di un'intera nazione.




