Pane e politica, il tour che costa caro a Ricci: spunta l’accusa di peculato nell’inchiesta sugli affidi di Pesaro
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Redazione Interno
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L’inchiesta della Procura di Pesaro, quella che ormai da mesi tiene banco nelle cronache giudiziarie marchigiane con il nome di “Affidopoli”, continua ad allargare il proprio raggio d’azione. Se inizialmente il cuore del bubbone sembrava essere concentrato sui presunti illeciti nelle gare per gli appalti – con un giro di affidamenti diretti che, secondo le carte, avrebbe favorito alcune associazioni per un valore complessivo di circa seicentomila euro – oggi il fronte si è spostato su un terreno ben più personale per l’ex sindaco e attuale europarlamentare del Partito Democratico, Matteo Ricci. A fronte delle indiscrezioni pubblicate negli ultimi giorni dalla stampa locale, è emerso un nuovo capitolo dell’indagine che lo vede coinvolto; un capitolo che introduce un’ipotesi di reato pesante come quella di peculato, la quale si aggiunge alla già pendente accusa di corruzione contestata nello scorso luglio.
Il meccanismo finito sotto la lente d’ingrandimento dei magistrati pesaresi riguarda la gestione del tour promozionale “Pane e politica”. Si trattava, lo ricordiamo, di una serie di cene organizzate nelle case di alcune famiglie italiane, un format pensato per mescolare la convivialità con la propaganda politica, che Ricci aveva utilizzato come volano in vista della sua candidatura alle elezioni europee del 2024. Secondo quanto emerso e riportato dai quotidiani locali, la procura avrebbe raccolto elementi sufficienti per sostenere che parte delle spese di questa iniziativa – ritenuta a tutti gli effetti privata e propagandistica – sarebbero state indebitamente coperte con denaro pubblico proveniente dalle casse del Comune di Pesaro. La cifra contestata in questa specifica tranche di indagine si aggirerebbe intorno ai diecimila euro, una somma che non rappresenta solo un rimborso spese anomalo, ma la presunta distrazione di risorse pubbliche per fini personali.
La svolta arriva dalle parole dell’ex braccio destro
A dare una scossa decisiva alle indagini, trasformando i sospetti in un formale atto d’accusa, sarebbe stato l’interrogatorio reso nello scorso gennaio da Massimiliano Santini. Costui, figura che per anni ha ricoperto il ruolo di factotum e uomo di fiducia di Ricci, è considerato dagli inquirenti la chiave di volta dell’intero sistema corruttivo che si presume fosse in atto all’interno di Palazzo Gradari. Dopo settimane di silenzio e dinanzi all’evidenza delle carte, Santini ha scelto di collaborare con la giustizia, fornendo dettagli preziosi che hanno permesso di fare luce su meccanismi contabili che altrimenti sarebbero rimasti occultati. Ed è proprio dalle sue dichiarazioni che è scaturita la “Fase 2” dell’inchiesta, quella che ha portato non solo a una nuova contestazione per l’ex sindaco, ma anche a un allargamento del numero complessivo degli indagati, salito da 25 a 27 unità.
Tra i nuovi iscritti nel registro degli indagati figurano, ad esempio, Marcello Ciamaglia, ex capo dell’ufficio stampa del Comune, e Paola Nonni, ex vicesegretaria generale dell’amministrazione. Per entrambi, come per altri funzionari già noti come l’ex direttore della Fondazione Pescheria Silvano Straccini, la procura ipotizza reati che vanno dal falso al concorso in peculato. La loro posizione è legata a doppio filo proprio con la gestione dei flussi di denaro destinati a saldare i debiti del tour elettorale. In particolare, gli inquirenti stanno verificando l’ipotesi che per pagare il videomaker Francesco Agostini – il professionista che ha seguito Ricci nelle sue scorribande politiche – siano state emesse fatture formalmente intestate al Comune per lavori istituzionali, coprendo così il costo delle riprese delle cene private.
Le contestazioni e i meccanismi contabili sotto esame
Il racconto fornito alla Tgr Marche dallo stesso Agostini, che ha confermato di essere stato saldato attraverso un unico accorpamento di fatture in cui si mescolavano prestazioni per l’ente e per il leader politico, sembra aver dato sostanza alla tesi accusatoria. L’operazione, descritta dalle fonti vicine all’inchiesta, sarebbe stata gestita con una certa disinvoltura: i pagamenti per i servizi di comunicazione legati al tour “Pane e politica” sarebbero stati suddivisi e nascosti all’interno di determine comunali dai costi gonfiati. Alcune di queste determine, ufficialmente giustificate come spese per la promozione turistica della città o per eventi natalizi, avrebbero invece assorbito i costi vivi della campagna elettorale di Ricci, distogliendo risorse pubbliche per un ammontare complessivo che, in alcuni atti, raggiungerebbe i 32mila euro.
Non solo cene in famiglia, però. L’occhio degli investigatori si è posato anche su un altro evento dai contorni decisamente più imponenti: la maxi-cena elettorale del 12 aprile 2024, quella che radunò oltre 1.600 invitati nei padiglioni della fiera di Campanara. In quel caso, secondo la ricostruzione della procura, il meccanismo di copertura delle spese sarebbe stato ancora più articolato. Per saldare il conto del catering di quella serata – un conto salato da migliaia di euro – si sarebbe fatto ricorso a un’altra partita di giro. Nello specifico, l’accusa sostiene che il costo del ricevimento per l’artista Marina Abramovic, tenutosi a Villa Imperiale il 18 giugno 2024 nell’ambito di Pesaro Capitale della Cultura, sia stato artificiosamente gonfiato.
La replica di Ricci: “Estraneo, nessuna spesa impropria”
Di fronte alla pioggia di rivelazioni e alla nuova contestazione formale, l’europarlamentare democratico ha rotto il silenzio con una nota ufficiale, secca e assertiva. Ricci si dichiara completamente estraneo ai fatti, così come lo era stato per le accuse di corruzione emerse l’estate precedente. Nella sua memoria difensiva, l’ex sindaco sottolinea un punto che ritiene dirimente: per legge, la gestione degli appalti, degli affidamenti e dei rapporti con i fornitori non è una competenza diretta del sindaco, bensì della struttura amministrativa tecnica dell’ente. “In quindici anni di amministrazione locale – si legge nella nota – non mi sono mai occupato personalmente di queste pratiche”, delegando invece la fiducia ai dirigenti e al personale incaricato.
Quanto al celebre format “Pane e politica” (o “Un sindaco in famiglia”), Ricci lo difende come un’iniziativa di successo per la partecipazione, sostenendo che le cene avvenivano sempre in concomitanza con impegni istituzionali già in agenda per altri ruoli (come quello di rappresentante dell’Anci), e che quindi non comportavano alcun costo aggiuntivo a carico della collettività. Anzi, ci tiene a precisare: “Ero ospite delle famiglie, il vino lo pagavo io”. Nega con decisione che i fondi comunali siano stati utilizzati in modo distorto, ribadendo la massima fiducia nell’operato della magistratura, pur rigettando al mittente ogni addebito relativo ai compensi del videomaker o alle presunte distrazioni di fondi per la cena elettorale. L’unico dato certo, al momento, è che l’inchiesta è tutt’altro che archiviata e che la procura di Pesaro, forte delle nuove dichiarazioni e dei documenti acquisiti, ha chiesto e ottenuto una proroga di sei mesi per continuare a scavare nel fango di questa vicenda giudiziaria che scuote le fondamenta della politica locale.




