Trump allenta la morsa dei dazi, IllyCaffè: "Svolta per gli investimenti"
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Redazione Esteri
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In una mossa che segna un'inversione di rotta rispetto alle politiche commerciali degli ultimi anni, il presidente Donald Trump ha apposto la sua firma su un ordine esecutivo che riduce, in maniera retroattiva, i dazi su una vasta gamma di prodotti agricoli d'importazione. La decisione, che giunge in un periodo di forte tensione per l'economia domestica, mira ad alleggerire la pressione inflazionistica che, soprattutto sui generi alimentari, stava diventando un problema sempre più pressante per le famiglie, le quali vedevano il costo della spesa settimanale salire in maniera preoccupante. Sebbene l'amministrazione avesse a lungo sostenuto che i dazi reciproci non avessero un impatto significativo sui consumatori, i dati sui rincari, divenuti ormai insostenibili, hanno finito per dettare l'agenda, spingendo la Casa Bianca a un ripensamento dettato da una cruda realtà economica.
La lista delle esenzioni e l'impatto sui prezzi
L'elenco dei beni che beneficeranno dell'esenzione – un centinaio di voci, per la precisione – include alcune delle voci più emblematiche del caro-vita. Oltre al caffè, al cacao e al tè, trovano posto carne bovina, banane, pomodori, avocado e una serie di frutta esotica, senza dimenticare vari tipi di spezie, noci e persino alcuni fertilizzanti. Sono proprio questi prodotti, come dimostrano le rilevazioni più recenti, ad aver subito gli aumenti più vistosi: il costo della carne di manzo, ingrediente fondamentale della dieta a stelle e strisce, ha toccato picchi del 14,7%, mentre il casco di banane ha visto un rincaro del 6,9% in pochi mesi. La misura daziaria, concepita in origine per proteggere le produzioni interne, si era dunque trasformata in un boomerang, colpendo in particolare il potere d'acquisto della fascia medio-bassa della popolazione, che ha visto lievitare, in modo talvolta drammatico, il conto da pagare per il proprio sostentamento.
La reazione dell'industria del caffè
Tra i settori che accolgono con maggiore sollievo la svolta c'è senza dubbio quello del caffè, per il quale il mercato statunitense rappresenta lo sbocco commerciale più importante a livello globale. Cristina Scocchia, amministratore delegato di illycaffè, ha confermato la volontà dell'azienda di tornare a investire, spiegando come un dazio del 15% avesse compresso in maniera significativa i margini di tutti gli operatori. "Per la nostra azienda", ha dichiarato, "l'export verso gli Stati Uniti pesa per circa un quinto del fatturato, il che rendeva quella tariffa un ostacolo non indifferente". La Scocchia ha inoltre espresso la speranza che questa mossa, oltre a ridurre il costo della materia prima per i trasformatori, possa contribuire a raffreddarne la corsa al rialzo che si era registrata sui mercati internazionali, un fenomeno che, combinato con i dazi, aveva creato una tempesta perfetta per i bilanci aziendali.
Il contesto politico-economico della retromarcia
La decisione di allungare la lista delle eccezioni non è un evento isolato, ma si inserisce in un quadro politico più ampio, segnato dalle recenti elezioni locali che hanno messo in luce, in maniera inequivocabile, come le preoccupazioni per l'economia fossero la priorità assoluta per gli elettori. L'inflazione galoppante, trainata proprio dai beni di prima necessità, aveva finito per erodere il consenso attorno alla narrativa della "protezione dell'industria nazionale", costringendo l'esecutivo a un pragmatico cambio di passo. Se in precedenza si era puntato sulle tariffe per stimolare la produzione interna, l'aumento del costo della vita ha reso insostenibile quel approccio, obbligando a uno sgonfiamento strategico delle misure più impopolari, le quali, di fatto, stavano producendo l'effetto contrario a quello desiderato, mettendo in crisi non solo i consumatori ma anche quelle imprese che dall'export dipendono per una fetta consistente del proprio business.




