Migranti in Albania, Meloni frena ma non molla: la nuova strategia del governo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Giorgia Meloni, che il 9 gennaio aveva promesso con enfasi che i centri per migranti in Albania «funzioneranno, funzioneranno, funzioneranno», sembra ora dover fare i conti con una realtà più complessa del previsto. La premier, che aveva dichiarato di essere pronta a passare «ogni notte, da qui alla fine del governo italiano» per garantire il successo del progetto, ha imposto ai suoi collaboratori un silenzio stampa, segno che qualcosa, nel percorso verso l’attuazione del decreto, non sta procedendo come sperato.

Dopo il vertice dello scorso venerdì tra Meloni, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano, i tecnici di Palazzo Chigi e del Viminale si sono ritrovati al tavolo di lavoro per rivedere il testo del provvedimento. L’obiettivo è trasformare i due centri albanesi di Shengjin e Gjader, inizialmente pensati per accogliere i migranti soccorsi dalle navi italiane, in Centri per il rimpatrio (Cpr). Questi ultimi sarebbero destinati a ospitare persone già presenti in Italia e soggette a un decreto di espulsione, una soluzione che potrebbe aggirare i no della magistratura albanese, che ha bloccato per tre volte il trattenimento dei migranti nelle strutture.

La nuova strategia del governo, dunque, punta a rilanciare il progetto senza attendere i tempi lunghi di un eventuale pronunciamento della Corte di Giustizia europea. Meloni, che mantiene i contatti con i suoi interlocutori albanesi, ribadisce di non voler fare passi indietro, ma la strada si sta rivelando più tortuosa del previsto. La trasformazione dei centri in Cpr rappresenta un tentativo di superare l’impasse, anche se rimangono dubbi sulla fattibilità e sui tempi di attuazione.

Intanto, la questione migratoria continua a dividere l’Europa. In Gran Bretagna, il premier laburista Keir Starmer ha adottato una linea dura, pubblicando video delle espulsioni di clandestini, con immagini che ricordano quelle dell’era Trump. Una svolta che segna un cambiamento nelle politiche di accoglienza della sinistra europea, con l’eccezione dell’Italia, dove il governo Meloni mantiene una posizione ferma ma cerca di adattarsi alle contingenze.

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