Gravina si prepara alla controffensiva con un dossier sui paletti “stranieri” alle riforme

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La distinzione, forse volutamente netta e certo poco gradita a molti, tra “professionismo” e “dilettantismo” con cui Gabriele Gravina ha tentato di argillare le crepe del sistema calcio – dopo l’ennesima débacle della Nazionale verso i Mondiali – ha finito per gettare benzina sul fuoco di una polemica che non accenna a spegnersi. Perché il presidente uscente, che ha formalmente rassegnato le dimissioni pur continuando a manovrare i fili della regia, passa ora al contrattacco. E lo fa, stando a quanto si apprende, preparando un dossier dettagliato: vi avrebbe raccolto, con la meticolosità del notaio di provincia, i vincoli e i paletti che Governo, società di calcio e persino la legislatura europea avrebbero opposto a ogni sua tentata riforma. Un’operazione trasparente, quella del documento, che sembra pensata più per scaricare responsabilità che per offrire una soluzione.

Giochi di potere e il nodo della successione

In queste ore convulse, dirigenti, allenatori ed ex calciatori – quelli che il campo lo hanno davvero calpestato – hanno affollato i salotti televisivi con piani di riforma improvvisati. Ma l’attenzione, per chi segue le dinamiche di palazzo, resta inchiodata a un’analisi spietata di Michele Criscitiello: l’allarme riguarda gli “uomini di Gravina”, decisi a conservare il sistema malgrado tutto. Con il presidente dimissionario ancora in sella, si profila il rischio di una continuità mascherata, magari affidata a nomi come Abete, Marani o Bedin. Solo Malagò, nella sua qualità di numero uno del Coni, avrebbe la forza – e l’autorità – per rompere un meccanismo che mescola stipendi d’oro, giochi di potere sotterranei e un disinteresse mediatico sempre più colpevole. Il vero cambiamento, in questo quadro, resta un’incognita.

Carraro e l’appello per un ct immediato

Nel frattempo, una voce pesante come un macigno si è levata da chi la Federazione l’ha già governata. Franco Carraro, alla guida della Figc per più mandati e poi al vertice del Coni dal 1978 al 1987, ha parlato al Tg1 con la franchezza di chi non ha più nulla da chiedere. «Se il consiglio federale ritenesse di prendersi la responsabilità di nominare il commissario tecnico – ha spiegato – certamente sarebbe un allenatore rappresentativo di tutto il calcio italiano per altri tre anni». Una soluzione che Carraro giudica legittima, ma sulla quale hanno diritto di parola sia la Federazione sia il Coni, chiamato a fare da vigile. L’urgenza, per l’ex dirigente, non è più rinviabile: serve un ct subito, prima che il vuoto di comando diventi una voragine.

La sorpresa di Carraro su Gravina e le dimissioni

A sorprendere, però, è stato un altro intervento dello stesso Carraro, rilasciato questa volta a La Repubblica. Perché l’ex numero uno di via Allegri, pur esprimendo apprezzamento per la persona di Gravina, non ha usato mezzi termini nel giudicare la sua scelta. «Apprezzo Gravina, ma ha sbagliato a dimettersi». Una frase secca, che taglia corto con le ipocrisie di circostanza. Carraro si dice preoccupato – anzi, molto preoccupato – per la fase “delicatissima” che il calcio italiano sta attraversando. Le sue parole arrivano come un avvertimento a non confondere la resa personale con l’atto di coraggio. Perché le dimissioni, in un momento simile, rischiano di lasciare il campo sgombro a quelle stesse forze che hanno impedito le riforme. E così, mentre Gravina affila le carte del suo dossier controfattuale, chi osserva si chiede se la controffensiva sia solo un modo per dettare l’agenda del dopo. Senza che nessuno, ancora, abbia il coraggio di cambiare davvero le regole del gioco.

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