Decreto bollette, stangata nascosta per le utility. In borsa è rosso e Goldman Sachs parla di rischio paese
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Redazione Interno
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La mannaia tanto attesa dai consumatori, e cioè quel decreto legge varato dal governo per tagliare il costo dell’energia elettrica e del gas, si è abbattuta con violenza inaspettata non sulle famiglie ma sui bilanci delle società energetiche, innescando una reazione a catena che da Piazza Affari si è propagata fino ai quartieri generali delle grandi banche d’affari internazionali. Il provvedimento, che nelle intenzioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni dovrebbe garantire sgravi per oltre cinque miliardi di euro a famiglie e imprese, ha scatenato infatti un autentico terremoto sui titoli del settore, con vendite che hanno preso di mira indistintamente produttori, distributori e fornitori -4. Il calo, come documentato dalle rilevazioni di Borsa, è stato generalizzato e profondo: Enel ha lasciato sul terreno il 3,59%, A2a ha ceduto il 2,21%, mentre Erg, pur non facendo parte del paniere principale, ha subito un tonfo del 3,29% -4. A soffrire, seppur con percentuali minori, sono state anche Italgas, Hera e Terna, in un clima di incertezza che gli analisti di Goldman Sachs non hanno esitato a definire come un incremento del premio per il rischio paese, legato in modo specifico alle politiche energetiche nazionali -4.
Il nodo cruciale, quello che ha messo in allarme gli investitori e che ora pende come una spada di Damocle sul futuro del comparto, risiede nella doppia natura delle misure adottate dall’esecutivo. Da un lato, per finanziare lo sconto in bolletta per le piccole e medie imprese, è stato deciso un incremento di due punti percentuali dell’aliquota Irap per le aziende che operano nel settore energetico, una sorta di Robin Hood fiscale che nei fatti si configura come un prelievo diretto sugli utili di colossi come Enel, A2a ed Erg -5. Dall’altro, e questo è l’aspetto forse più dirompente, il governo ha inserito nel decreto una serie di norme che vanno a modificare i meccanismi stessi di formazione del prezzo dell’energia, intervenendo in particolare sul cosiddetto “disaccoppiamento” del costo dell’elettricità da quello del gas e, soprattutto, sulla gestione dei costi delle quote di emissione di CO2, i famosi Ets -3. Quest’ultimo punto, in particolare, rappresenta una vera e propria rivoluzione copernicana: l’idea, come spiegato dal ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, è quella di escludere il costo dell’anidride carbonica dalla determinazione del prezzo dell’energia a partire dal 2027, una misura che avrebbe bisogno del placet dell’Unione Europea per non trasformarsi in un caso diplomatico e normativo di prima grandezza -1-3.
Proprio su questo fronte, quello dell’attesa per il giudizio di Bruxelles, si concentrano le maggiori perplessità degli operatori. Se da un lato il governo confida nella bontà della propria iniziativa, presentata come un tentativo di allineare il mercato italiano a logiche di maggiore equità e competitività, dall’altro gli analisti finanziari sottolineano come una modifica unilaterale di un pilastro delle politiche energetiche europee come l’Ets rischi di aprire un contenzioso complesso, con conseguenze potenzialmente devastanti per la stabilità del settore. Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, pur riconoscendo l’abilità tecnica con cui è stato congegnato il prelievo Irap – un tributo, a suo dire, più “furbo” dei precedenti tentativi di tassare gli extraprofitti perché lascia poche vie di fuga – mette in guardia dalle conseguenze a medio termine: spremere le utility significa ridurre la loro capacità di investimento, e in un paese come l’Italia, che soffre di una cronica debolezza sul fronte dell’offerta energetica e della produzione nazionale di gas, questo potrebbe rivelarsi un boomerang -5. Il rischio, paventato dagli stessi analisti di Goldman Sachs, è che in un orizzonte di cinque o sette anni si possa arrivare a una vera e propria carenza di energia, proprio a causa del raffreddamento degli investimenti indotto dall’incertezza normativa e fiscale -4.
Le simulazioni condotte dagli istituti di credito, a cominciare da Santander, dipingono uno scenario a tinte fosche per le società italiane del comparto. Una riduzione del prezzo dell’energia di dieci euro per megawattora, effetto combinato del taglio dei costi di trasmissione e della possibile esclusione della CO2, avrebbe un impatto sull’Ebitda di A2a stimato in 60 milioni di euro, pari a circa il 2,4% di quello atteso per il quadriennio 2027-2030, e sull’utile netto di circa 40 milioni, con una flessione del 5,7% -3. Per Enel, i numeri sono ancora più imponenti in valore assoluto, con una riduzione dell’Ebitda tra i 200 e i 250 milioni per ogni dieci euro di calo del prezzo, a cui si aggiunge l’impatto dell’aumento Irap, stimato in circa 170 milioni, pari al 2,5% dell’utile netto -3. In uno scenario particolarmente negativo, con un crollo dei prezzi dell’energia di trenta euro per megawattora, l’utile netto di A2a potrebbe ridursi fino al 17%, una prospettiva che renderebbe oltremodo complicato per i vertici dell’azienda, così come per quelli di Enel, presentare piani industriali ambiziosi e guide sui profitti convincenti in occasione dei prossimi appuntamenti con la comunità finanziaria -3.




