Referendum Giustizia, la Cassazione cambia il quesito e ora il voto rischia di slittare: Nordio annuncia modifiche al codice

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, quello che dovrebbe svolgersi – o forse no – il 22 e 23 marzo, è entrato in una fase nella quale il dato normativo, più ancora di quello politico, ha preso la mano. L’Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione, nel tardo pomeriggio di ieri, ha infatti accolto la nuova formulazione del quesito proposta dai quindici giuristi del comitato per il No, quelli stessi che avevano promosso la raccolta firme e che in poche settimane avevano superato abbondantemente le cinquecentomila sottoscrizioni necessarie -9. E la differenza, per quanto ai non addetti ai lavori possa parrebbe una questione di lana caprina, è invece sostanziale: nella nuova versione si citano esplicitamente gli articoli della Costituzione che la legge di revisione – quella pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre del 2025 – andrebbe a modificare, laddove il testo precedente, quello che il governo aveva già incardinato, si limitava a richiamare la generica «istituzione della Corte disciplinare» -3-9. Il problema, enorme, è che il precedente quesito ora «si intende venuto meno», come scrivono gli Ermellini; e questo lascia aperte due strade, entrambe in salita per l’esecutivo. Si potrebbe correggere il tiro in corsa, riconoscendo un errore materiale e tenendo ferma la data delle urne, ma una mossa del genere aprirebbe quasi certamente la porta a un nuovo ricorso dei promotori. Oppure, ed è l’ipotesi che in queste ore viene valutata a Palazzo Chigi, si potrebbe rinviare tutto, indire una nuova consultazione – con i canonici 50-70 giorni di campagna – e finire così a votare in piena Quaresima, forse addirittura ad aprile -9.

Il fronte del No e l’accusa di una riforma «punitiva e inutile»

Mentre la macchina amministrativa cerca di districarsi tra carte bollate e pareri tecnici, la campagna referendaria, almeno fuori dai palazzi, prosegue sulla spinta di una narrazione che il fronte del No ha affilato nei dettagli. Grazia Pradella, che guida la Procura di Piacenza, nel corso della presentazione del comitato cittadino per i contrari ha usato parole nette: la riforma costituzionale voluta dal ministro Nordio e dal governo Meloni è, a suo dire, «un’arma di distrazione di massa» -5. E il ragionamento, al netto della passione, poggia su numeri: il passaggio di funzioni tra giudici e pubblici ministeri, nel quinquennio 2019-2024, ha interessato rispettivamente lo 0,21 e lo 0,83 per cento degli aventi diritto; dati che, per la procuratrice, smentirebbero la necessità di una riforma costituzionale per separare carriere che, nei fatti, sarebbero già distinte -5. Il presidente del Tribunale, Stefano Brusati, è andato anche oltre, sostenendo che il vero obiettivo del provvedimento non sarebbe affatto la durata dei processi – quella resta, e nessuno lo nega, una piaga irrisolta – bensì lo smantellamento del Consiglio Superiore della Magistratura, spogliato del potere disciplinare e affidato a una nuova Alta Corte che i magistrati descrivono come «grigia e fumosa» -5.

L’inquietudine del Csm e i sondaggi ballerini

E a proposito di organi di autogoverno, il clima che si respira nelle correnti consiliari è, per usare un eufemismo, teso. Giovanni Maria Flick, ex presidente della Corte costituzionale, in una recente relazione ha provato a mettere ordine nel dibattito, ricordando che la separazione delle carriere non è certo un tabù costituzionale – la settima disposizione transitoria lo prevedeva già – ma che il punto, oggi, è un altro: la riforma arriva in un contesto istituzionale dove il Parlamento appare sempre più delegittimato dall’abuso della decretazione d’urgenza e dove l’equilibrio dei checks and balances rischia di essere sacrificato sull’altare della legittimazione elettorale -8. Flick, del resto, non risparmia critiche neppure alla magistratura associata: la patina di unitarietà mostrata all’esterno, scrive, nasconde una frammentazione interna che dalle tristi vicende correntizie – il caso Palamara, l’Hotel Champagne – non si è mai realmente ripresa -8. I sondaggi, dal canto loro, raccontano un elettorale diviso e volatile. L’ultima rilevazione YouTrend per SkyTg24, quella che ha registrato il clamoroso sorpasso del No (51,1% contro 48,9% tra i sicuri votanti), arriva dopo settimane in cui il Sì viaggiava stabilmente oltre il 55% -2-6-10. Ma gli stessi sondaggisti mettono in guardia: l’affluenza, in un referendum confermativo privo di quorum, sarà il vero ago della bilancia, e i contrari – tradizionalmente più motivati – potrebbero fare la differenza -6.

L’annuncio di Nordio e la resa dei conti sul codice

Il ministro della Giustizia, intanto, non ha alcuna intenzione di arretrare. Anzi. Intervenendo all’inaugurazione dell’anno giudiziario dell’Unione delle Camere Penali, Nordio ha ribadito che la separazione delle funzioni è un tema che considera «superato» e che, semmai, il vero nodo è il sorteggio dei membri togati del Csm, un meccanismo che definisce «temperato» e comunque preferibile all’attuale sistema correntizio -1. Ma la frase che più di ogni altra ha fatto drizzare le antenne agli osservatori è stata un’altra: «Dopo la vittoria del Sì», ha scandito il Guardasigilli, «una delle prime cose che faremo sarà la modifica del codice di procedura penale» -1. Un’apertura, quella sulla riforma del rito, che suona come una promessa ai penalisti e, al tempo stesso, come un avvertimento alla magistratura: il referendum non è un punto d’arrivo, ma l’inizio di una revisione ben più ampia dell’architettura processuale. Una dichiarazione che, nel caos determinato dalla decisione della Cassazione, aggiunge un ulteriore elemento di incertezza: se il voto dovesse slittare di settimane, i tempi per quell’annunciata riscrittura si allungherebbero, e il fronte del No avrebbe tutto il margine necessario per cercare di erodere quel vantaggio che i sondaggi, ormai, non sanno più fotografare con precisione.

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