Ministro ungherese ammette i contatti con Lavrov, Tusk: “Informava Mosca sui colloqui segreti Ue”
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Redazione Esteri
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Non c’è più spazio per i distinguo o per le smentite, quelle che nei giorni precedenti avevano liquidato le indiscrezioni come semplici “fake news”. Péter Szijjártó, ministro degli Esteri ungherese, ha scelto la via della rivendicazione, confermando pubblicamente – intervenendo lunedì sera a un evento elettorale a Keszthely – di aver mantenuto contatti regolari con il Cremlino, e nello specifico con il suo omologo Sergej Lavrov, anche nel corso delle riunioni diplomatiche dell’Unione Europea. Una presa di posizione, quella del capo della diplomazia di Budapest, che arriva a valle delle rivelazioni pubblicate dal Washington Post e che ha immediatamente innescato una reazione durissima da parte del premier polacco Donald Tusk, il quale ha denunciato che Ungheria avrebbe sistematicamente agito come una talpa, informando Mosca su quanto discusso a porte chiuse dai leader europei.
La giustificazione addotta da Szijjártó per spiegare questo filo diretto con Mosca, tenuto in concomitanza con i vertici del Consiglio Affari Esteri, si fonda su una linea politica di lungo corso. Le decisioni assunte a Bruxelles in materia energetica, industriale e di sicurezza, ha argomentato il ministro, hanno un impatto talmente diretto sulle relazioni con i partner esterni – Russia inclusa – da rendere necessaria una consultazione costante con questi ultimi. “Parlo non solo con il ministro degli Esteri russo, ma anche con partner americani, turchi, israeliani e serbi, prima e dopo le riunioni del Consiglio”, ha dichiarato Szijjártó, tentando di normalizzare una prassi che invece viene percepita a Bruxelles come una violazione del principio di leale cooperazione, dato che i contenuti di quei tavoli diplomatici sono considerati riservati.
Lo scontro con Tusk e il veto su Kiev
Se Budapest difende il proprio operato come esercizio di sovranità nazionale, le reazioni nel resto dell’Unione non si sono fatte attendere. Il primo ministro polacco Donald Tusk, martedì su X, ha dato voce alla frustrazione accumulata da molti partner comunitari, scrivendo testualmente: “Il ministro degli Esteri di Orbán ha confermato di aver sistematicamente informato Mosca su ciò che i leader europei dicevano a porte chiuse. Che vergogna”. Tusk ha voluto precisare che lo scenario emerso non rappresenta una sorpresa, dato che si trattava di un sospetto alimentato da tempo negli ambienti diplomatici della Nato e dell’Ue, dove già da anni si parlava della necessità di isolare la delegazione ungherese durante le discussioni più sensibili.
Il caso di quella che viene ormai definita una “talpa” di Mosca nel cuore dell’Europa si inserisce in un quadro di tensioni già esacerbate dalle posizioni ungheresi sulla guerra in Ucraina. Non era un segreto che Viktor Orbán rappresenti il principale ostacolo all’unità europea sul sostegno a Kiev, e le ultime rivelazioni gettano una luce sinistra su un altro dossier caldo: il veto ungherese sul prestito Ue da 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina. Budapest ha giustificato il blocco con la necessità che Kiev ripristini il flusso di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba, danneggiato durante i bombardamenti, ma per molti osservatori si tratta di una leva utilizzata per favorire gli interessi del Cremlino e guadagnare consensi in vista delle elezioni politiche ungheresi del 12 aprile.
Contesto bellico e le incursioni su Leopoli
La crisi diplomatica esplosa in queste ore si consuma mentre il fronte militare in Ucraina resta incandescente. In un contesto di pressioni crescenti, la Russia ha lanciato un imponente attacco in pieno giorno, scatenando sciami di droni kamikaze contro diverse città, tra cui un raid particolarmente violento su Leopoli. Secondo le autorità locali, l’attacco ha colpito aree civili nel centro della città, danneggiando edifici residenziali e un sito considerato patrimonio dell’Unesco, provocando feriti tra la popolazione. Il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, ha chiesto un intervento immediato dell’Unesco, definendo l’azione russa come un atto di terrorismo che colpisce il cuore culturale dell’Europa.
Proprio mentre l’Ucraina subiva questi bombardamenti, la Commissione Europea, pressata dalle richieste di Budapest e Bratislava, ha fatto slittare la proposta legislativa volta a bandire completamente le importazioni residue di petrolio russo, un rinvio motivato con le tensioni geopolitiche attuali ma che di fatto rappresenta un cedimento di fronte al ricatto energetico di Orbán. L’intreccio tra le rivelazioni sui contatti con Lavrov, il veto sugli aiuti militari a Kiev e la dipendenza energetica dal Cremlino dipinge il ritratto di un governo ungherese che, secondo i partner europei, ha ormai scelto di operare come un attore ostile all’interno del consesso comunitario, utilizzando le istituzioni Ue come una postazione privilegiata per riferire a Mosca.




