L’Ungheria al centro della bufera, Szijjarto ammette: “Contatti con Lavrov” durante i consessi Ue
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
BRUXELLES – Dopo due giorni di smentite secche, arriva la retromarcia: il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó, ha confermato pubblicamente di aver intrattenuto scambi regolari con il collega russo, Sergej Lavrov, persino a ridosso delle riunioni del Consiglio dell’Unione europea. L’ammissione, arrivata nel corso di un evento elettorale nella città di Keszthely lunedì sera, ha di fatto spazzato via le accuse di “fake news” lanciate nei giorni precedenti, quando il Washington Post aveva pubblicato le prime rivelazioni su queste presunte fughe di notizie verso il Cremlino. Il capo della diplomazia magiara ha difeso la sua linea con una certa disinvoltura, sostenendo che si tratti di una prassi “perfettamente naturale” nell’ambito dell’attività diplomatica, necessaria per informare i partner esterni delle decisioni – in particolare su energia, industria e sicurezza – che, a suo dire, incidono direttamente sulle relazioni bilaterali.
Un cambio di rotta che smonta la ricostruzione iniziale
Se inizialmente le accuse erano state respinte al mittente con sdegno, la piega degli eventi ha preso una direzione opposta dopo che lo stesso Szijjártó ha deciso di abbassare la tensione, ammettendo i fatti pur cercando di normalizzarli. “Sì, queste questioni devono essere discusse con i nostri partner al di fuori dell’Ue”, ha dichiarato, elencando una serie di paesi – tra cui Stati Uniti, Turchia, Israele e Serbia – con i quali sostiene di confrontarsi “prima e dopo” le riunioni del Consiglio. Questa retromarcia, che giunge a meno di un mese dalle elezioni politiche in Ungheria – previste per il 12 aprile – ha avuto l’effetto di amplificare lo scandalo piuttosto che contenerlo, alimentando ulteriormente i sospetti che da anni circolano nei palazzi di Bruxelles.
Le reazioni a Bruxelles e i precedenti sospetti di Donald Tusk
La vicenda ha innescato una reazione immediata nelle istituzioni europee. La Commissione, attraverso i suoi portavoce, ha espresso “grande preoccupazione”, chiedendo formalmente chiarimenti al governo di Viktor Orbán e ricordando il principio di cooperazione leale che lega gli Stati membri, specialmente quando si discutono dossier delicati a porte chiuse. Il peso politico dell’accusa è stato sottolineato anche dal primo ministro polacco, Donald Tusk, il quale ha dichiarato che i sospetti su Budapest esistevano già durante il suo mandato alla guida del Consiglio europeo, tanto che la Lituania aveva chiesto di escludere la delegazione ungherese da alcune riunioni riservate della Nato per timore che le informazioni venissero trasferite a Mosca.
Dalla difesa della prassi diplomatica alle accuse di intercettazioni
Nel tentativo di arginare le conseguenze politiche, Szijjártó ha cercato di spostare l’attenzione sulla forma della comunicazione, ironizzando sulle regole di sicurezza che definisce “pura follia”. In un video diffuso sui social, ha ribadito che “a livello ministeriale non si discutono segreti” e che, contrariamente ai colleghi, lui sarebbe l’unico a non portare il telefono in sala riunioni, cercando di dipingere le sue chiamate come un’attività diplomatica ordinaria. Contestualmente, il governo ungherese ha tentato di ribaltare la narrazione annunciando un’indagine per verificare se il ministro sia stato vittima di intercettazioni illecite da parte di servizi segreti stranieri, suggerendo che la pubblicazione delle informazioni sarebbe il frutto di una manovra orchestrata contro Budapest.




