Szijjártó-Lavrov, la linea diretta con il Cremlino: «Sempre al vostro servizio»
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Redazione Esteri
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Sono bastati pochi minuti di telefonata, nell’agosto del 2024, per trasformare un ministro degli Esteri di un Paese membro dell’Unione europea in un interlocutore privilegiato del Cremlino, tanto deferente da mettere a disposizione del governo russo non solo informazioni riservate ma anche il proprio peso negoziale all’interno del Consiglio europeo. La registrazione, resa pubblica dal portale investigativo VSquare insieme ad altri media internazionali, ritrae il ministro ungherese Péter Szijjártó mentre risponde alle sollecitazioni del suo omologo Sergej Lavrov con una disponibilità che lascia poco spazio a interpretazioni ambigue: «Sono sempre a vostra disposizione», è la frase che chiude il colloquio, dopo che Lavrov lo aveva contattato per conto dell’oligarca Alisher Usmanov, chiedendo di intervenire per togliere la sorella del magnate dalle liste nere dell’Unione europea.
La chiamata su richiesta dell’oligarca
L’estate scorsa, quando Szijjártó era appena tornato a Budapest da San Pietroburgo, il telefono squillò. All’altro capo della linea, Lavrov. I due ministri, che secondo quanto emerso dalle indagini mantengono contatti regolari, si scambiarono le prime battute quasi come vecchi amici. «Senti, chiamo su richiesta di Alisher», si sente dire dal ministro russo, facendo riferimento esplicito al magnate russo-uzbeco proprietario, tra l’altro, del quotidiano Kommersant. «Lui mi ha appena chiesto di ricordarti che stavi facendo qualcosa riguardo a sua sorella». La risposta di Szijjártó, in russo, non si fa attendere: «Sì, assolutamente». E aggiunge, spiegando che insieme alla Slovacchia stanno preparando una proposta formale per rimuovere Gulbahor Ismailova – questo il nome della donna – dalla lista dei sanzionati. L’iter, spiega il ministro, sarebbe già in agenda per la prossima settimana, in concomitanza con l’avvio del nuovo periodo di revisione delle misure restrittive. Lavroff, soddisfatto, ringrazia per il «sostegno» e per la «lotta per l’uguaglianza in tutti i campi». Sette mesi dopo, Ismailova venne effettivamente rimossa dalle sanzioni Ue.
Le informazioni riservate passate a Mosca
Quella telefonata, però, non fu solo un passaggio di favori personali. Nell’audio trapelato, Szijjártó fornisce a Lavrov dettagli riservati su quanto discusso durante la riunione del Consiglio Affari Esteri dell’Ue tenutasi il giorno prima, rivelando i contrasti interni e le posizioni dei singoli Stati membri. In particolare, riporta le parole del ministro lituano Gabrielius Landsbergis, che aveva accusato Budapest e Bratislava di contribuire indirettamente allo sforzo bellico russo acquistando gas e petrolio. La reazione di Szijjártó, riferita a Lavrov, fu di rigettare l’accusa, sostenendo che il resto d’Europa finanzia Mosca allo stesso modo, semplicemente acquistando gli stessi idrocarburi attraverso intermediari come l’India o il Kazakistan. Un passaggio che ha spinto lo stesso Landsbergis, interpellato dai giornalisti, a definire il collega ungherese «la Kim Philby di questa generazione», alludendo alla celebre spia del Kgb infiltrata nei servizi segreti britannici durante la Guerra Fredda. La ricostruzione del network investigativo, che coinvolge testate come The Insider e Delfi Estonia, parla chiaramente di una linea diretta con il Cremlino finalizzata a minare la coesione europea sul fronte delle sanzioni.
Il meccanismo del veto e la leva ungherese
A rendere particolarmente efficace l’azione di Budapest è la struttura decisionale dell’Unione, dove il rinnovo semestrale delle sanzioni contro i circa 2.700 cittadini russi richiede l’unanimità dei Ventisette. Secondo quanto ricostruito dall’inchiesta, Ungheria e Slovacchia utilizzano questa leva in modo sistematico: iniziano le trattative con una lunga lista di nomi da depennare, spesso senza fornire argomentazioni giuridiche ma semplicemente opponendo un veto politico, per poi ridurre gradualmente le richieste fino a ottenere la rimozione di due o tre figure di spicco. Così è stato non solo per Ismailova, ma anche per l’imprenditore Viatcheslav Moshe Kantor e per il ministro dello Sport russo Mikhail Degtyaryov. Un diplomatico europeo coinvolto nelle negoziazioni ha confermato ai giornalisti che il sospetto di fughe di notizie era diffuso, ma che le intercettazioni rappresentano ora la prova evidente che l’Ungheria «esegue ordini politici dalla Russia».
La reazione di Kiev e le accuse incrociate
Lo scandalo ha assunto dimensioni politiche tali da richiamare l’attenzione diretta dell’alto rappresentante dell’Ue Kaja Kallas e del ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiha, che in una conferenza stampa congiunta a Kiev hanno stigmatizzato il comportamento di Budapest, con Sybiha che ha parlato apertamente di «vergogna servile». Nel frattempo, a Budapest, Szijjártó ha respinto le accuse definendo l’inchiesta il frutto di un’operazione orchestrata dai servizi segreti stranieri in combutta con l’opposizione interna, in piena campagna elettorale per le legislative del 12 aprile. La sua difesa si è basata su un dato di fondo: le intercettazioni, a suo dire, non rivelerebbero nulla di nuovo, perché l’Ungheria ha sempre rivendicato la propria linea critica verso le sanzioni, ritenute dannose per l’economia nazionale. Resta il fatto che il ministro, che nel dicembre 2021 ricevette da Lavrov l’Ordine dell’Amicizia, il più alto riconoscimento russo per stranieri, ha confermato di intrattenere rapporti regolari con Mosca anche prima e dopo le riunioni private dell’Unione europea, alimentando il dibattito sulla tenuta dei confini tra diplomazia nazionale e lealtà comunitaria.




