Che Dio perdona a tutti, Pif inciampa nel vuoto di una commedia pretenziosa

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Con il suo quarto film, “...che Dio perdona a tutti”, Pif – regista, sceneggiatore e interprete – sembra aver voluto confezionare un’opera che, nell’intenzione, ambiva a replicare la formula ibrida già sperimentata in passato, quella commistione di leggerezza e presunto spessore intellettuale che aveva segnato i suoi lavori precedenti. Stavolta, tuttavia, il meccanismo si inceppa già a metà della proiezione, rivelando tutti i limiti di una scrittura che, lungi dal sorprendere, si limita a riproporre i propri cliché di maniera. Il simbolismo truffautiano del riaffermarsi dei personaggi di Arturo e Flora, l’eterno specchio dell’io creativo dell’autore, diventa qui un esercizio di stile ripetitivo e autoreferenziale, mentre la voce fuori campo, che un tempo poteva apparire come un marchio di riconoscibilità ironico, si trasforma in un dispositivo narrativo altamente punitivo per lo spettatore. Si aggiunga, a completare il quadro di una confezione che vorrebbe essere nazionalpopolare, la copertina di Linus a evocare i Mondiali di Italia ’82: un richiamo che, più che integrare la narrazione, ne sottolinea la natura di compitino.

La struttura del film, tratto da un libro che ne costituisce la matrice letteraria, si regge su un interrogativo che, seppur posto con la consueta aria sorniona dall’autore (“Non è che questa storia di Dio è una gran minchiata?”), non trova mai una vera e propria esplorazione filmica. Quella che doveva essere una commedia romantica sui generis, capace di giocare con l’ironia per raccontare il territorio siciliano a cui Pif è visceralmente legato, si arena in una narrazione faticosamente inconcludente. L’approccio alla religiosità e alla fede, elementi centrali della sinossi che prometteva un racconto capace di evidenziare difficoltà e ipocrisie di un credo vissuto fino in fondo, viene tradito da una regia piatta, priva di slanci, che annulla qualsiasi potenziale spunto critico. La presenza, nel cast, di un cameo di Dino Zoff – che compare nei panni di un personaggio dalla cifra spiccatamente buffa – non basta a iniettare vitalità in un prodotto che procede per inerzia, trascinandosi in un oblio di noia mortale che si fa sentire già dalla metà circa della durata.

La trama, ambientata in una Sicilia contemporanea, segue le vicende di Arturo, agente immobiliare infallibile sul lavoro ma disastrato sentimentalmente. La sinossi ufficiale del film, del resto, lasciava presagire una riflessione agrodolce sulle contraddizioni umane; eppure, l’operazione finisce per giocare nello stesso campionato di una “storia di Dio in dimensioni ridotte”, come recitano i materiali di presentazione. Se da un lato Pif continua a dimostrare quella capacità, già apprezzata in televisione con il suo “testimone” e su carta, di muoversi con leggerezza apparente per poi lasciare spunti di riflessione, dall’altro lato questo quarto lungometraggio rivela il lato più fragile di questa poetica. L’ironia, che dovrebbe fungere da strumento per smascherare le ipocrisie – siano esse quelle dei fedeli o quelle legate al contesto sociale isolano – viene spesso sacrificata sull’altare di un intellettualismo pretenzioso che appesantisce il ritmo senza aggiungere reale profondità.

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