Putin il 9 maggio: negoziati con l’Europa e l’Iran, quel che non è stato recepito

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La parata per il Giorno della Vittoria, che si è tenuta a Mosca lo scorso 9 maggio, ha offerto il consueto scenario di forza e tradizione. Eppure, come spesso accade in occasione di questi eventi solenni, è stato il successivo incontro con la stampa a rivelarsi più sostanzioso di quanto le immagini delle colonne militari abbiano lasciato intendere. Vladimir Putin, rispondendo alle domande dei giornalisti in quella stessa giornata, ha toccato due nervi scoperti della geopolizia contemporanea: il dialogo con l’Europa per porre fine al conflitto in Ucraina e le possibili soluzioni alla crisi nel Golfo Persico, con il nodo Iran-Stati Uniti. Dichiarazioni che, a giudicare la scarsa eco registrata da molte nostre parti, non sono state pienamente recepite nella loro rilevanza potenziale.

La tregua che non c’è stata e i missili su Kiev

Il breve cessate il fuoco, annunciato in concomitanza con le celebrazioni sovietiche della vittoria sul nazismo, aveva già esaurito la sua funzione prima ancora di consolidarsi. A tre giorni dalla sospensione, Russia e Ucraina hanno ripreso le ostilità con intensità immutata: una pioggia di droni ha nuovamente colpito Kiev, mentre Mosca ha testato un nuovo razzo ipersonico, quasi a voler ricordare che la pausa era solo tattica. Nessun prolungamento della tregua è stato raggiunto, e le trattative appaiono più in salita che mai. Il clima, insomma, sembra essere tornato esattamente al punto di partenza, se non tre passi indietro. In questo quadro frammentato, il presidente americano Trump ha confermato – salvo poi smentire l’esistenza di un’intesa specifica con Putin – che “la fine della guerra è vicina”, un’affermazione che stride con i proclami inascoltati e le richieste delle parti che continuano a rimbalzare senza approdo.

Il Cremlino vede una fase decisiva, ma senza dettagli

A gettare un alone di apparente ottimismo controllato è stato il portavoce presidenziale russo, Dmitry Peskov. Secondo quanto riferito, il processo negoziale sull’Ucraina starebbe entrando in una fase decisiva tanto da far pensare, nelle parole di Peskov, che “la fine sia davvero vicina”. Una dichiarazione calibrata, questa, a cui ha fatto subito seguito una precisazione non secondaria: Mosca non intende, al momento, fornire ulteriori dettagli sull’evoluzione dei colloqui. Lo stesso Peskov ha poi aggiunto che la Russia “accoglierebbe con favore la continuazione degli sforzi di mediazione da parte degli Stati Uniti”, un segnale che lascia intendere come Washington – nonostante tutto – venga ancora considerata un interlocutore utile nella cornice diplomatica.

Guerra di posizione e lo sguardo a Pechino

Mentre i combattimenti sono ripresi lungo la linea del fronte, e con essi le reciproche accuse di violare la tregua, l’attenzione degli analisti si è spostata su ciò che accade a Pechino. Eventuali sviluppi nella capitale cinese, viene da più parti sottolineato, potrebbero avere riflessi determinanti anche sull’equilibrio europeo. La dichiarazione di Putin del 9 maggio, in questo senso, assume un valore ulteriore: non tanto per ciò che ha detto esplicitamente sulle trattative con l’Europa – su cui ha mantenuto un profilo volutamente vago – quanto per il modo in cui ha incorniciato il futuro degli accordi di sicurezza. E se la crisi nel Golfo Persico, con i negoziati tra Stati Uniti e Iran, resta un capitolo separato, non è difficile scorgere un filo conduttore nella strategia russa: mostrarsi disponibili al dialogo, senza mai cedere terreno sul campo.

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