L’effetto Trump sul petrolio: dichiarazioni e strategie per calmierare il mercato
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Redazione Esteri
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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è tornato a intervenire sulla questione dei prezzi petroliferi, nel contesto di una crisi internazionale che tiene il mercato energetico con il fiato sospeso. Le sue parole, rilasciate in una telefonata alla PBS, rappresentano l’ennesimo tentativo, da parte dell’amministrazione, di arginare il nervosismo degli operatori e le speculazioni seguite all’attacco all’isola di Kharg, avvenuto venerdì scorso. L’isola, che gestisce circa il 90 per cento delle esportazioni iraniane di greggio, era diventata un obiettivo sensibile, e la prospettiva di un suo danneggiamento aveva fatto temere un’impennata dei costi energetici a livello globale. La dichiarazione di Trump, il quale ha previsto che il conflitto con l’Iran si concluderà rapidamente e che, di conseguenza, il costo del barile “cadrà come un masso”, si inserisce in una strategia comunicativa volta a rassicurare i mercati e a contrastare le spinte al rialzo.
A supporto di questa linea, dalla Casa Bianca filtra un’analisi secondo cui il prezzo del Brent, il greggio di riferimento per l’Europa, sconta ormai da due decenni un cosiddetto “rischio Iran”. Una tesi, questa, che mira a ridimensionare l’impatto delle attuali ostilità, suggerendo che una quota dell’instabilità sia già strutturalmente inrata nelle quotazioni. Nel frattempo, le autorità monitorano con attenzione il traffico nello Stretto di Hormuz, il passaggio obbligato per le petroliere, pubblicando bollettini che descrivono una situazione sotto controllo per prevenire eventuali crisi di panico. L’obiettivo, dichiarato, è quello di fare da argine ai timori di un’impennata dei prezzi, nonostante l’attacco militare abbia colpito uno snodo nevralgico per l’export di Teheran.
L’allarme dei colossi energetici e le possibili contromisure
Tuttavia, la fiducia mostrata dall’esecutivo si scontra con le preoccupazioni espresse dai dirigenti delle maggiori compagnie petrolifere americane. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, i vertici di aziende come Exxon Mobil, Chevron e ConocoPhillips hanno incontrato i funzionari dell’amministrazione per lanciare un allarme: la crisi energetica innescata dalla guerra rischia seriamente di aggravarsi. I ceo hanno messo in guardia dal fatto che le interruzioni dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz potrebbero alimentare una volatilità prolungata, con il rischio che l’afflusso di capitali speculativi spinga le quotazioni verso livelli ancora più elevati. Darren Woods, amministratore delegato di Exxon Mobil, ha sottolineato in particolare il pericolo di una stretta sull’offerta di prodotti raffinati, come benzina e diesel, che andrebbe a colpire direttamente i consumatori e l’economia reale.
Di fronte a questi scenari, la Casa Bianca starebbe valutando un ventaglio di misure per tentare di raffreddare i prezzi. Tra le opzioni sul tavolo, secondo quanto riferito dal Wall Street Journal, figurano un massiccio rilascio di greggio dalle riserve strategiche, un ulteriore allentamento delle sanzioni sul petrolio russo e la possibilità di deroghe temporanee alle leggi che limitano il trasporto di greggio tra i porti americani. Un funzionario dell’esecutivo ha confermato al giornale che si sta anche cercando di incrementare i flussi tra il Venezuela e gli Stati Uniti, un’opzione che riporta l’attenzione su un altro fronte caldo della politica energetica di Trump.
Il nodo Venezuela e gli interessi strategici
Il riferimento al Venezuela non è casuale e si lega a doppio filo con la volontà di diversificare le fonti di approvvigionamento in un momento di turbolenza. Già a gennaio, il presidente aveva annunciato un accordo con Caracas, dopo la deposizione di Nicolás Maduro, per consentire alle compagnie statunitensi di tornare a investire nel paese sudamericano. In quell’occasione, Trump aveva parlato di un piano da cento miliardi di dollari per ricostruire l’industria petrolifera venezuelana, con l’obiettivo di raffinare e vendere fino a cinquanta milioni di barili di greggio. Questa mossa, che rappresenta un’inversione di tendenza rispetto alle passati politiche di isolamento, risponde alla necessità di trovare greggio pesante, adatto alle raffinerie della costa del Golfo degli Stati Uniti, e di ridurre la dipendenza da aree geopoliticamente instabili come il Medio Oriente. Il segretario agli Interni, Doug Burgum, avrebbe già discusso con Exxon e ConocoPhillips la possibilità di un loro ritorno in Venezuela, dove entrambe le società avevano visto nazionalizzare i propri asset nel 2007.
Lo Stretto di Hormuz e il fattore tempo
Nonostante le aperture su altri fronti, il nodo principale rimane lo Stretto di Hormuz, attraverso cui prima del conflitto transitava circa il venti per cento del petrolio mondiale. L’effettiva chiusura della via d’acqua, o anche solo la sua parziale inagibilità a causa dei rischi per la navigazione, ha già provocato un crollo del traffico di petroliere, costringendo i produttori dell’area a stoccare il greggio e a ipotizzare tagli alla produzione. Le autorità americane, come riferito da un alto funzionario al Wall Street Journal, sono consapevoli che le opzioni per gestire la crisi sono limitate e che i prezzi sono destinati a salire ulteriormente. Il Pentagono avrebbe quindi elaborato dei piani per riaprire lo stretto, con l’obiettivo dichiarato di risolvere la situazione nel giro di settimane e non di mesi, un lasso di tempo che appare cruciale per scongiurare danni duraturi all’economia globale. L’Agenzia Internazionale per l’Energia, nel suo ultimo rapporto, ha rivisto al rialzo le previsioni sui prezzi, ipotizzando che, una volta normalizzato il transito, il mercato possa tornare in surplus solo nel 2027.




