Il ‘4’ di Barella e il peso specifico dei gesti: da Totti al Sinigaglia, quando il calcio parla con le dita
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Redazione Sport
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Nel momento esatto in cui il cartello luminoso indicava il suo numero, al settantasettesimo di Como-Inter, Nicolò Barella ha smesso di essere un calciatore sottoposto a pressione per trasformarsi in un narratore popolare. Sostituito da Mkhitaryan, il centrocampista sardo – che peraltro vanta una breve militanza proprio tra le file dei lariani – è uscito dal campo sommerso da una bordata di fischi sonori, provenienti da una curva che evidentemente non aveva dimenticato il suo passato né digerito la supremazza nerazzurra in corso. La sua replica, immediata e icastica, è consistita in un gesto tanto semplice quanto magnetico: la mano destra alzata, con le dita a comporre un quattro, mostrato con orgoglio a chi lo contestava.
La provocazione che diventa icona, tra memoria e sfottò
Il significato di quel numero, in un contesto dove l'Inter stava vincendo quattro a due dopo una rimonta che aveva ribaltato il due a zero iniziale del Como, era fin troppo chiaro. Ma a rendere l’episodio degno di una trattazione quasi antropologica, come ha notato Riccardo Trevisani a *Sport Mediaset*, è la forza archetipa di quel linguaggio muto. "È un quattro e mezzo", ha commentato il giornalista, parafrasando un celebre detto romano, e aggiungendo che si tratta di un “quattro, zitto e vai a casa”. Trevisani, nel suo intervento, ha però sfumato il giudizio sulla prestazione generale del giocatore, definendo la sua stagione fin lì “sottotono”, salvo poi riconoscere che proprio contro Como e nella precedente partita contro la Roma il numero ventitré aveva ritrovato i picchi di intensità che lo contraddistinguono.
Il peso della storia: quando Totti insegnò a contare
Per comprendere la risonanza di questo gesto, è obbligatorio un salto indietro di oltre due decenni. Era l'otto febbraio del duemilaquattro quando, allo Stadio Olimpico, Francesco Totti si rese protagonista di una scena che avrebbe segnato l'immaginario collettivo. Dopo aver rifilato un quattro a zero alla Juventus di Lippi, il capitano della Roma incrociò Igor Tudor e, indicando il punteggio con le dita, accompagnò il tutto con un moto rotatorio della mano sinistra che invitava l'avversario a fare fagotto. Allora, come oggi, l'ambiguità del gesto alimentò il dibattito, ma ciò che conta è la persistenza di quel codice: un linguaggio fatto di dita che vale più di mille parole. Barella, in questo senso, non ha fatto altro che attingere a un vocabolario che nel calcio italiano è patrimonio comune.
La ‘vendetta’ social e il contesto di una stagione intensa
Dai campi ai social network, il passaggio è ormai fulmineo, e la replica di Barella ha inevitabilmente fatto il giro del web, accostata ad altri precedenti celebri che spaziano da Vardy a Lichtsteiner, fino a Digne. Ma al di là della cronaca leggera, l’episodio del Sinigaglia fotografa lo stato di grazia – o quantomeno di incisività – di una corazzata come l’Inter. La squadra di Chivu, nonostante un momento di leggero appannamento fisico denunciato dallo stesso staff tecnico, ha dimostrato una resilienza straordinaria. Barella, che nelle statistiche della stagione corrente fatica a raggiungere i numeri offensivi degli anni passati (con una sola rete all'attivo in campionato), è stato elogiato da Trevisani proprio per la sua capacità di essere decisivo nei grandi appuntamenti, fungendo da stantuffo inesausto per la mediana.
Nel salutare i suoi ex tifosi con quel quattro sprezzante, Barella ha quindi fatto molto più che difendersi da un fischio: ha cristallizzato un momento, consegnando alla memoria collettiva un’immagine che, al di là del risultato finale di quella partita, resterà impressa negli album dei ricordi come una delle pagine più ironiche e spietate di questo finale di stagione.




