Nuove frontiere contro la maculopatia secca: fotobiomodulazione e iontoforesi in campo

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Contro la maculopatia secca, una patologia degenerativa che compromette la zona centrale della retina e che, nella sua forma più comune, interessa quasi un milione di persone in Italia, la ricerca medica sta esplorando strade terapeutiche inedite e non invasive. Se fino a poco tempo fa le opzioni per i pazienti affetti dalla cosiddetta forma "secca", distinta da quella "umida" per la quale esistono trattamenti farmacologici consolidati, erano estremamente limitate, oggi due metodologie basate sull'impiego di raggi infrarossi e di lievi impulsi elettrici stanno aprendo concreti spiragli di intervento, specie nelle fasi intermedie della malattia, prima che evolva nella sua espressione più severa, l'atrofia geografica.

Il meccanismo d'azione della luce e delle microcorrenti

La prima tecnica, definita fotobiomodulazione, sfrutta l'energia luminosa a bassa intensità, emessa nel vicino infrarosso, che viene applicata sulla retina con l'obiettivo di stimolare i mitocondri nelle cellule ancora vitali, migliorandone il metabolismo e, potenzialmente, rallentandone il processo di degenerazione. Si tratta, per usare una metafora, di una sorta di "ginnastica cellulare" indotta dalla luce, la quale, non generando calore, non danneggia i tessuti. Parallelamente, un altro approccio promettente è la iontoforesi transcorneale, una procedura che utilizza una minima corrente elettrica applicata sulla superficie oculare per favorire la penetrazione di sostanze antiossidanti, come ad esempio la luteina, all'interno dell'occhio. Queste molecole, così veicolate in profondità, possono quindi esercitare un'azione protettiva più efficace contro lo stress ossidativo, uno dei fattori chiave nel danno alle cellule fotorecettrici della macula.

Il quadro clinico di una patologia subdola

La degenerazione maculare legata all'età, nella sua variante secca, si manifesta con un progressivo assottigliamento e una lenta atrofia dei tessuti retinici centrali. Chi ne è affetto sperimenta, spesso in modo insidioso e graduale, una distorsione delle immagini e una perdita della visione fine e dettagliata, essenziale per attività come la lettura, il riconoscimento dei volti o la guida. L'evoluzione verso l'atrofia geografica, caratterizzata da vere e proprie aree di "non visione" al centro del campo visivo, segna uno stadio avanzato e particolarmente invalidante, per il quale, fino ad ora, non erano disponibili cure in grado di modificarne il decorso in modo significativo. L'importanza di agire precocemente, quindi, diventa un cardine imprescindibile della nuova strategia terapeutica.

Prospettive e limiti degli approcci innovativi

Sebbene questi trattamenti non rappresentino una cura risolutiva, in quanto non rigenerano il tessuto già perduto, la loro potenziale efficacia nel rallentare la progressione della malattia costituirebbe un traguardo clinico di enorme rilevanza, prolungando la funzionalità visiva residua e migliorando la qualità della vita di un vasto numero di persone. Gli studi in corso, i quali necessitano ovviamente di conferme più ampie e di follow-up a lungo termine, stanno cercando di definire con precisione i protocolli di applicazione – frequenza delle sessioni, dosi energetiche, combinazione con integratori – per massimizzarne i benefici. Si delinea, in sostanza, un cambio di paradigma: dalla sostanziale attesa vigile, che ha caratterizzato per anni la gestione della maculopatia secca, a un approccio attivo e preventivo, fondato su tecnologie che sfruttano meccanismi biologici naturali per sostenere la salute retinica.

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