Il rilancio di Cucinelli tra occhiali da 9 mila euro e i conti da record del 2025

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Nel bilancio del 2025, chiuso con un fatturato in crescita del 10,1 per cento che ha toccato quota un miliardo e 408 milioni, Brunello Cucinelli non si limita a festeggiare i numeri, ma rilancia la propria ambizione con iniziative che ne sottolineano il posizionamento esclusivo. L’utile netto, attestatosi a 142 milioni di euro con un incremento del 10,5 per cento, racconta di una redditività solida e in linea con gli anni precedenti, nonostante un contesto globale che inizia a mostrare qualche incrinatura. L’indebitamento netto caratteristico, pari a 198,4 milioni di euro, riflette invece la portata degli investimenti sostenuti nel corso dell’esercizio, che hanno raggiunto un livello considerato “straordinario” dal management: 146,2 milioni di euro, vale a dire il 10,4 per cento dei ricavi. Una cifra che ha permesso di completare con sei mesi di anticipo il piano di ampliamento della capacità produttiva a Solomeo, garantendo al gruppo una base operativa solida per il prossimo decennio e mezzo. E mentre il fondatore parla di un anno “solido, equilibrato e bello”, dalla maison arrivano segnali chiari di una strategia che punta sempre più in alto, come testimonia l’arrivo degli occhiali d’oro firmati Cucinelli, il cui prezzo tocca quota novemila euro. Un oggetto, questo, che va ben oltre la funzione accessoria per diventare simbolo di un artigianato che confina con la gioielleria, e che conferma la volontà di presidiare le fasce più alte del mercato, anche in un momento in cui il lusso globale deve fare i conti con qualche nuvola all’orizzonte.

La doppia anima di un anno vissuto sull’ottovolante

Se i risultati di bilancio appaiono inappuntabili, la vita borsistica del gruppo umbro ha raccontato una storia piuttosto differente, fatta di repentini cambi di direzione e di una volatilità che non ha risparmiato il Titolo neppure nei primi cinquanta giorni del nuovo anno. Solomeo ha vissuto un 2025 contraddistinto da successi commerciali e riconoscimenti internazionali, come il premio del British Fashion Council, ma anche da cadute in Borsa che ne hanno messo alla prova la resilienza. Il titolo, che aveva chiuso il 2024 con una capitalizzazione intorno ai 7,1 miliardi di euro, ha subìto una flessione del 19,3 per cento nel corso del 2025, per poi ritrovarsi a gennaio del 2026 al centro di una nuova ondata di vendite. A innescare quest’ultima correzione è stato, tra i fattori, un downgrade da parte di Bank of America, che ha portato il rating da “Buy” a “Neutral” e tagliato il target price da 115 a 100 euro, in un clima di maggiore cautela nei confronti dell’intero comparto del lusso. Eppure, a dispetto di questi scossoni, la maison ha continuato a macinare risultati positivi: la raccolta ordini per le collezioni autunno-inverno 2026 procede “molto, molto bene”, per usare le parole dello stesso Cucinelli, e i buyer, insieme alla stampa internazionale, continuano a premiare la cifra stilistica del brand. Un paradosso solo apparente, quello tra l’andamento operativo e la performance azionaria, che riflette forse le incertezze più ampie che attraversano i mercati globali, piuttosto che la solidità intrinseca del gruppo.

L’ombra di Saks e il costo di un’espansione che non si ferma

Ma a rendere il quadro meno scontato ci pensano alcune ombre che si allungano sulla catena distributiva, a dimostrazione di come neppure i piú solidi possano dirsi immuni dalle turbolenze del sistema. Nel corso del 2025, Brunello Cucinelli ha dovuto effettuare un accantonamento straordinario di 8,1 milioni di euro a copertura di potenziali perdite su crediti commerciali nei confronti di Saks Global Holdings, il gruppo statunitense che ha avviato volontariamente una procedura di riorganizzazione ai sensi del Chapter 11. Una vicenda, questa, che il management ha definito a “impatto marginale” sui conti complessivi, ma che nondimeno segnala come le difficoltà di alcuni grandi attori della distribuzione americana possano riverberarsi a cascata sull’intera filiera del lusso. Nonostante ciò, l’azienda ha mantenuto una politica dei dividendi generosa, proponendo all’assemblea degli azionisti, convocata per il prossimo 23 aprile, una distribuzione pari a 1,04 euro per azione, con un payout ratio del 50 per cento. Una scelta che premia gli investitori, certo, ma che contribuisce anche a mantenere l’indebitamento su livelli che, seppur gestibili, restano significativi. La previsione per il 2026, del resto, parla di un’ulteriore crescita del fatturato intorno al 10 per cento, che dovrebbe portare i ricavi a sfiorare il miliardo e 550 milioni, mentre il ritorno a investimenti definiti “ordinari” dovrebbe favorire un progressivo miglioramento della posizione finanziaria netta.

Un mercato globale che cresce in modo sano ma selettivo

La performance del 2025 ha mostrato una crescita generalizzata in tutte le aree geografiche, con l’Asia in testa a trainare il carro: a cambi costanti, la regione ha segnato un +15,3 per cento, seguita dalle Americhe con un +11,9 per cento e dall’Europa con un +8,1 per cento. Numeri che, se da un lato confermano la capacità del brand di penetrare mercati diversi e lontani, dall’altro non nascondono una certa disomogeneità nei ritmi di sviluppo. Il canale retail, in particolare, ha performato meglio del wholesale, crescendo del 12,9 per cento a cambi costanti contro l’8,5 per cento dell’ingrosso, un segnale di come il controllo diretto dei punti vendita stia diventando sempre più cruciale in una fase in cui il rapporto con il cliente finale rappresenta il vero valore aggiunto. Il commento del patron, che parla di mercati “che crescono in maniera sana ed equilibrata”, lascia intendere come la maison non voglia inseguire crescite a tutti i costi, ma piuttosto consolidare il proprio posizionamento in un panorama in cui ogni brand deve giocarsi la propria identità. E se il 2026 si apre con un andamento positivo delle vendite, le attese sono quelle di un altro anno di espansione a doppia cifra, sostenuta da una redditività che, secondo le previsioni, dovrebbe mantenersi su livelli sani. Gli analisti, dal canto loro, si dividono: c’è chi come Intesa Sanpaolo, Equita e UBS conferma il giudizio “buy”, con target price che arrivano fino a 120 euro, e chi come Jefferies si mantiene più cauto con un “hold” a 93 euro. Segno che, al di là dei numeri, il futuro del lusso resta un’equazione con molte variabili.

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