La confessione del padre di Vasto: «Mio figlio era un violento». L’ascia, la lite e quel garage diventato tomba

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il cinquantaduenne aveva già passato ore in caserma, quando ha deciso di rompere il silenzio. «Sono stato io, ma lui era un violento»: ecco, in estrema sintesi, il succo delle dichiarazioni spontanee che Antonio Sciorilli, dirigente della Asl di Lanciano Vasto Chieti, ha reso ai carabinieri dopo essersi consegnato, o meglio, dopo essere stato trovato accanto al senza vita del figlio Andrea. Un racconto, il suo, che getta una luce sinistra su quanto accaduto domenica pomeriggio tra le mura domestiche, trasformando un apparente caso di ordinaria follia in una vicenda giudiziaria che affonda le radici in un contesto familiare già segnato da tensioni e, almeno stando a quanto emerso, da un passato di denunce.

Una discussione sul futuro e un’arma inaspettata

Secondo la ricostruzione fornita dal procuratore della Repubblica di Vasto, Domenico Angelo Raffaele Seccia, la scintilla che ha innescato la tragedia sarebbe stata un litigio per divergenze di vedute su un’opportunità lavorativa. Il padre, un uomo descritto da chi lo conosce come un professionista stimato e una persona equilibrata, avrebbe proposto al figlio un corso di formazione; Andrea, ventunenne con la passione per il mare e un diploma in amministrazione, finanza e marketing, avrebbe però rifiutato in maniera categorica, scatenando la reazione del genitore. Quel che doveva essere un normale confronto si è trasformato in un’aggressione feroce: l’uomo ha impugnato un’ascia, colpendo il ragazzo ripetutamente. I medici legali hanno contato almeno tre fendenti profondi, uno al cranio, uno allo zigomo e l’ultimo, quello fatale, allo sterno. Dopo il delitto, Sciorilli ha tentato di nascondere l’accaduto, avvolgendo il in alcuni tessuti e trascinandolo verso l’ascensore per poi abbandonarlo lungo la rampa del garage, dove qualcuno lo avrebbe poi visto.

Il “codice rosso” e la versione dell’aggressore

La difesa dell’assassino reo confesso si baserà presumibilmente su un elemento che non può essere trascurato dagli inquirenti: la presunta pericolosità della vittima. «Mio figlio era un violento», ha ripetuto Antonio Sciorilli agli investigatori, e i fascicoli della procura sembrano dargi, almeno in parte, ragione. Nel 2024, infatti, i carabinieri avevano attivato il cosiddetto “codice rosso” per reati di violenza domestica a carico del giovane Andrea, a seguito di una denuncia presentata proprio dai genitori e dalla sorella. L’allora ventunenne, che secondo alcune testimonianze faceva uso di sostanze stupefacenti, era finito nel mirino delle forze dell’ordine per le sue condotte violente in famiglia. Quella denuncia, però, venne ritirata a distanza di poche settimane, forse nella speranza, vana come si è visto, di recuperare un rapporto ormai irrecuperabile.

Il delitto come atto finale di una guerra domestica

Le indagini, coordinate dalla procura e condotte dai carabinieri della compagnia di Vasto, si concentrano ora sui minuti precedenti l’omicidio. Quello che appare chiaro, al termine di questa prima fase investigativa, è che non si trattò di un raptus improvviso, quanto piuttosto dell’epilogo tragico di una lunga scia di incomprensioni. «Un delitto nato in un ambiente di contrasti familiari che si sono acuiti in maniera esponenziale negli ultimi tempi», ha dichiarato il procuratore Seccia, sottolineando come l’arma del delitto – l’ascia – fosse custodita in casa, un dettaglio che fa pensare a un utilizzo impulsivo di un oggetto comune, o forse all’esito di una colluttazione violenta. A confermare la brutalità dello scontro, le macchie di sangue rinvenute non solo sul pianerottolo e nell’ascensore, ma anche all’interno dell’appartamento, a testimonianza di una lotta iniziata tra le mura domestiche e terminata solo diversi piani più in basso.

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