Nuovo golden power su Pirelli, solo 3 consiglieri ai cinesi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   ROMA. Il Consiglio dei ministri, riunitosi giovedì 9 aprile, ha messo la parola fine – almeno per il momento – al braccio di ferro sulla governance di Pirelli. L’esecutivo ha infatti varato un nuovo decreto in applicazione del Golden Power, il provvedimento che limita l’influenza del socio cinese Sinochem (tramite la controllata China National Tire & Rubber Corp, che detiene il 34,1%) sul gruppo della Bicocca. La mossa, attesa dopo mesi di trattative andate a vuoto, serve a blindare la tecnologia strategica del Cyber Tyre, quel sistema di pneumatici sensorizzati ormai considerato un asset di sicurezza nazionale.

Il muro di Palazzo Chigi contro l’ingerenza di Pechino

La decisione del governo, che arriva dopo una lunga istruttoria del Comitato Golden Power, impone limiti molto stringenti al primo azionista. Per il rinnovo del consiglio di amministrazione, che resta composto da 15 membri, Sinochem potrà presentare una lista di soli tre candidati. Di questi, due dovranno essere indipendenti; nessuno di loro, inoltre, potrà ambire alle cariche apicali, ovvero alla presidenza del consiglio o al ruolo di amministratore delegato. Il provvedimento – che secondo fonti governative sarà notificato a breve alle parti – va quindi a ridurre drasticamente il peso dei rappresentanti cinesi in Cda, che finora potevano contare su sei posti. In sostanza, la governance dell’azienda viene così ripulita dalla possibilità che Pechino possa mettere le mani sulle decisioni strategiche, specialmente quelle legate ai flussi di dati raccolti dalle gomme intelligenti.

Il nodo tecnologico del Cyber Tyre

Al centro di questa stretta, va ricordato, c’è la tecnologia Cyber Tyre. Non si tratta di un semplice pneumatico, ma di un sistema complesso: inra sensori che raccolgono informazioni vitali sul manto stradale, sullo stato dell’auto e persino sulla geolocalizzazione, comunicandole in tempo reale al veicolo. Già nel 2023, il governo aveva utilizzato i poteri speciali per proteggere questo know-how, temendo che potesse finire sotto il controllo diretto di entità statali cinesi. Oggi, però, la posta in gioco è diventata ancora più alta. Le norme statunitensi, entrate in vigore di recente, vietano di fatto la vendita di tecnologie per veicoli connessi se queste sono riconducibili a società controllate da Pechino. Senza un intervento netto che allontanasse i cinesi dalle leve del potere, Pirelli rischiava di vedersi sbarrato l’accesso al mercato americano.

Le trattative saltate e la soluzione unilaterale

Prima di arrivare a questo decreto, che porta la firma sostanziale del premier, le strade del dialogo sembravano comunque esaurite. Nelle scorse settimane, fonti finanziarie avevano riferito di tentativi di mediazione falliti: da una parte Sinochem aveva proposto soluzioni come il congelamento temporaneo dei diritti di voto o la segregazione dell’asset in un trust, soluzioni ritenute deboli o comunque inadeguate dall’altra sponda. Dall’altra, Camfin (il veicolo dell’imprenditore Marco Tronchetti Provera, salito al 26,2%) spingeva per una riduzione strutturale dell’influenza cinese, giudicando insufficienti le contromisure a tempo proposte dai soci di Pechino. L’accordo non è mai stato trovato. Di conseguenza, Palazzo Chigi ha deciso di intervenire in autonomia, imponendo un tetto che non lascia spazio a interpretazioni: i cinesi ci sono, ma restano confinati in un ruolo minoritario, senza la possibilità di orientare le scelte fondamentali. Il provvedimento, in questo senso, rappresenta una vittoria per la linea dura sostenuta dagli ambienti governativi, intenzionati a preservare l’italianità dell’azienda e la sicurezza dei suoi dati sensibili. Ora l’attenzione si sposta sull’assemblea dei soci, prevista per il 25 giugno, che dovrà procedere al rinnovo del Cda attenendosi a questi nuovi e rigidi paletti.

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