Spalletti paragona Yildiz a Kvara: «A Napoli alleni una città»

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Luciano Spalletti vede in Kenan Yildiz caratteristiche che gli ricordano Khvicha Kvaratskhelia e, raccontando la propria esperienza alla Juventus, torna anche sul rapporto particolare vissuto con Napoli. Nell'intervista concessa a Tuttosport, l'allenatore bianconero descrive il numero 10 come un calciatore capace di uscire dagli schemi e di produrre giocate difficili da prevedere. Il confronto con il georgiano nasce soprattutto dalla capacità dei due di creare situazioni impreviste, muovendosi fuori dai normali tempi dell'azione. Nel ripercorrere le grandi panchine della sua carriera, il tecnico distingue invece le diverse pressioni incontrate: nella città partenopea, spiega, un allenatore finisce per avere la sensazione di guidare un'intera città.

Yildiz e il paragone con Kvara: fantasia fuori dagli schemi

La descrizione del talento turco parte dalla sua imprevedibilità. Il tecnico racconta un giocatore che può iniziare un'azione senza avere già stabilito la finta o il movimento successivo e che, anche quando un compagno in allenamento riesce a intuire ciò che farà, conserva comunque la capacità di superarlo. È questa libertà creativa a suggerire il confronto con Kvaratskhelia: non una sovrapposizione completa, ma una somiglianza nel modo di generare imprevisti e di sottrarsi alle regole più prevedibili della giocata. Per il suo allenatore, il giovane juventino ha ancora bisogno di accumulare esperienza e minuti, ma possiede già quella componente istintiva che consente a un attaccante di modificare un'azione attraverso una scelta non programmata.

Nel ragionamento entra anche il tema della leadership. Il numero 10 viene descritto come un ragazzo semplice, capace però di esercitare un'influenza riconosciuta dal gruppo senza aver bisogno di parlare continuamente. Per spiegare questa idea, il tecnico richiama l'esempio di Nestor Sensini ai tempi dell'Udinese: un giocatore poco incline alle parole, ma dotato di un carisma sufficiente a farsi seguire dai compagni. La leadership, in questa lettura, non coincide quindi soltanto con i discorsi nello spogliatoio o con la comunicazione pubblica, ma può manifestarsi attraverso il comportamento, la qualità tecnica e la capacità di attirare naturalmente l'attenzione della squadra.

Da Napoli alla Juventus, cambia il peso della panchina

Il passaggio sulle diverse esperienze italiane offre un'altra chiave dell'intervista. Roma viene associata alla forza della tifoseria, l'Inter alla propria tradizione e la Nazionale alla responsabilità di rappresentare un popolo; per la realtà partenopea, invece, la definizione scelta è quella di una città intera da allenare. Alla Juventus il riferimento cambia ancora: qui il lavoro viene collegato a una mentalità costruita dalla storia del club. L'ambiente bianconero è descritto attraverso gioia, orgoglio e responsabilità, con un'attenzione che supera la singola partita e impone di misurarsi prima di tutto con il livello richiesto dalla società. Il tecnico collega questa pressione al concetto di eccellenza calcistica e alla dimensione globale dell'interesse che circonda la squadra.

Nel suo racconto emerge anche il modo in cui interpreta il mestiere dell'allenatore. Il compito non consiste semplicemente nel sommare il valore dei singoli, ma nel mettere i calciatori nelle condizioni di pensare e muoversi nella stessa direzione, cercando qualcosa che vada oltre le qualità individuali. La leggerezza, in questa impostazione, non nasce dall'improvvisazione: richiede preparazione e lavoro. Lo stesso principio viene applicato alla comunicazione pubblica, che il tecnico dice di preparare personalmente per evitare risposte ripetitive e presentarsi agli interlocutori con rispetto e consapevolezza di ciò che vuole esprimere.

I giocatori valorizzati e il rimpianto per Ounas

Ripercorrendo la propria carriera, l'allenatore cita alcuni calciatori sui quali ritiene di avere inciso in maniera particolare: David Pizarro all'Udinese, Mohamed Salah alla Roma, João Cancelo all'Inter e, durante l'esperienza partenopea, Stanislav Lobotka e il talento georgiano. Il centrocampista slovacco viene ricordato come un giocatore che aveva finito per dimenticare quanto fosse forte dopo essere rimasto ai margini; in casi simili, spiega il tecnico, anche una frase capace di trasmettere fiducia può aiutare un atleta a ritrovare sicurezza. Tra i giocatori che avrebbe invece voluto valorizzare maggiormente indica Adam Ounas, definendolo il proprio rimpianto del periodo trascorso sulla panchina azzurra.

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