Valanghe in Nepal, Messner: la montagna non fa errori, siamo noi troppo piccoli

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il bilancio delle valanghe che hanno colpito le montagne del Nepal si conferma nella sua drammaticità, mentre le operazioni di ricerca procedono tra immense difficoltà. La furia degli elementi, del tutto indifferente alla statura di chi osa sfidarla, ha lasciato dietro di sé un solco di vittime e di dispersi, tra i quali figurano anche diversi alpinisti italiani. Reinhold Messner, figura leggendaria dell'alpinismo mondiale, ha osservato come "la montagna non fa errori", sottolineando la sproporzione tra l'uomo e una natura che, per sua stessa essenza, "non si può controllare". Una riflessione che, partendo dalla comprensione del fascino esercitato da quelle vette – la vastità, la solitudine, il senso di libertà che ti fa sentire vivo e indomito –, si trasforma in un monito sulla reale portata di tali imprese.

Il dramma dei dispersi e l'ansia delle famiglie

In sette, secondo gli ultimi aggiornamenti, mancherebbero ancora all'appello, sebbene la situazione appaia fluida e soggetta a continui ridimensionamenti. Per altri cinque alpinisti italiani, infatti, non si parlerebbe di dispersione, bensì di una temporanea impossibilità a comunicare, causata da problemi di connessione radio nella remota area in cui si trovano. La Farnesina, dopo un'intera giornata caratterizzata da notizie contrastanti, ha precisato la circostanza solo in serata, alimentando un'atmosfera di confusa apprensione. In Abruzzo, nel teramano, l'attesa è un peso che grava sulla famiglia di Marco Di Marcello, la guida alpina coinvolta nella tragedia durante un tentativo di scalata al Dolma Khang. "Siamo convinti che Marco sia vivo e che stia cercando con i mezzi a disposizione di farsi trovare", ha dichiarato un fratello, in una sequenza di ore che alterna momenti di euforia, legati ai segnali del rilevatore di posizione, ad altri di profonda amarezza, al pensiero delle condizioni estreme in cui il congiunto potrebbe versare.

La critica di Messner all'alpinismo moderno

Sulla strage di alpinisti in Nepal, Messner si è espresso con la durezza di chi, la montagna, l'ha vissuta in ogni sua piega più impervia. L'alpinista dei record ha attaccato senza mezzi termini quella che definisce la nuova moda dei "trekking peaks", spedizioni organizzate su cime sotto i Settemila metri e destinate a persone prive della necessaria esperienza. "Ormai per salire sull’Everest si può andare in un’agenzia di viaggi e comprare un tour", ha affermato, evidenziando come, nonostante la montagna resti "un maestro molto severo", il rispetto per lei sia drasticamente diminuito. Una commercializzazione dell'avventura che, ai suoi occhi, ha banalizzato i pericoli mortali insiti in quell'ambiente, al punto da spingerlo a interrompere, nel corso della sua carriera, metà delle spedizioni che aveva intrapreso, per il sopraggiungere di condizioni giudicate troppo rischiose.

La necessità di una consapevolezza ritrovata

Il suo è, dunque, un appello a ritrovare una dimensione di consapevolezza, a ricordare che l'alta quota è un regno dove il pericolo di morte è una presenza costante e non un dettaglio folcloristico. La montagna, nella sua visione, non è un parco giochi da attraversare guidati solo dall'ebbrezza della conquista, bensì un luogo di prova dove le leggi umane cedono il passo a quelle, ben più severe, della natura. L'incidente in Nepal, con il suo carico di dolore, riporta alla luce la questione fondamentale della preparazione e dell'umiltà di fronte a un ecosistema che, pur affascinando con la sua solitudine e il suo senso di libertà assoluta, non ammette leggerezza o supponenza da parte di chi, in fondo, rimane sempre "troppo piccolo" per dominarlo.

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