Gaza, patriarchi e suore non evacuano la Striscia. Pizzaballa: «Fuggire sarebbe una condanna a morte»
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
In un atto di resistenza spirituale e umanitaria, i due principali patriarcati cristiani di Gerusalemme hanno annunciato congiuntamente che il proprio clero e le suore non abbandoneranno la Striscia di Gaza, nonostante l’intensificarsi del conflitto e le direttive israeliane che ne impongono l’evacuazione verso sud. La decisione, resa nota attraverso una dichiarazione congiunta del patriarca latino cardinale Pierbattista Pizzaballa e di quello greco-ortodosso Teofilo III, rappresenta una presa di posizione netta contro quello che viene definito uno «sfollamento forzato e deliberato» di civili.
I religiosi, che operano all’interno dei due complessi ecclesiastici principali della città – quello greco-ortodosso di San Porfirio e quello cattolico della Sacra Famiglia, dove prestano servizio anche le Suore Missionarie della Carità – hanno scelto di rimanere per continuare a occuparsi di quanti, sfollati e feriti, vi hanno trovato rifugio. La motivazione, oltre a una scelta di campo dettata dalla fede, è di natura strettamente pratica: per molte delle persone attualmente ricoverate all’interno dei compounds, già fortemente indebolite dalla malnutrizione e dalle privazioni, un trasferimento coatto equivarrebbe a una condanna certa.
La situazione all’interno degli edifici religiosi, come del resto in tutta l’area, è sempre più disperata, con la quasi totale assenza di beni di prima necessità e la costante minaccia dei bombardamenti. La scelta di restare, quindi, non è priva di rischi concreti per la stessa incolumità dei religiosi, i quali tuttavia la considerano un imperativo categorico dettato dalla loro missione. La loro presenza, seppure simbolica, costituisce uno dei pochi punti di riferimento rimasti per una popolazione stremata e privata di qualsiasi via di fuga sicura.




