Il lungo addio dei The Cure a Firenze Rocks: 40mila anime in visibilio tra nebbie post-punk e capelli spettinati
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Si è chiusa con un’estasi collettiva da oltre 40mila presenze l’edizione 2026 del Firenze Rocks, un evento che – va detto – ha trasformato la Visarno Arena, nel cuore del Parco delle Cascine, in una sorta di tempio laico per pellegrini della chitarra sognante e del basso pulsante.
A calare il sipario sul trittico di concerti, dopo le serate dedicate rispettivamente a Lenny Kravitz e a Robbie Williams, ci ha pensato la storica band britannica guidata da Robert Smith, quel manipolo di musicisti nati a Blackpool nel lontano 1977 e ancora capaci di vendere decine di migliaia di biglietti senza bisogno di ricorrere a facili nostalgia.
La folla, un mosaico umano composito che mescolava teenager alla ricerca di autenticità e cinquantenni in cerca del loro specchio adolescenziale, ha riempito ogni anfratto dell’area destinata agli spettatori, con molti di loro – ed è questo il dato che colpisce – arrivati non solo dal resto d’Europa ma addirittura da Australia, Russia e Stati Uniti.
Una scaletta da brividi tra "Alone" e il bis urlato a squarciagola
L’attesa, come sempre quando si parla di questi sudditi dell’umore cupo, era tutta riposta nella scelta dei brani: una setlist che i fan più accaniti avevano già cercato di decifrare setacciando i precedenti show del tour, da Barcellona a Maia. Il gruppo, che ha sul palco una formazione ormai rodata comprendente Simon Gallup al basso, Roger O’Donnell alle tastiere, Jason Cooper alla batteria e Reeves Gabrels alla chitarra, ha optato per un viaggio stratificato lungo quasi cinquant’anni di carriera.
Hanno aperto le danze con “Alone”, il manifesto del nuovo corso discografico, per poi tuffarsi a capofitto in un abisso di capolavori: da “Pictures of You” a quella “Burn” carica di rabbia romantica, passando per inni immortali come “Just Like Heaven” e “Lovesong” senza dimenticare la claustrofobia ipnotica di “A Forest”.
Dopo aver attraversato la disperazione catartica di “One Hundred Years” e la dolcezza malinconica di “Plainsong” (cantata durante il primo encore), il pubblico ha ottenuto ciò che voleva veramente nel secondo bis: la spensieratezza spigolosa di “Boys Don’t Cry”, un finale che in qualsiasi altra band suonerebbe come una resa al pop più facile, ma che qui diventa un atto di rivoluzione gentile.
L’atmosfera della Visarno e il tour de force dei "gemellaggi" musicali
Prima che l’uomo dal rossetto sbavato e dalla chioma corvina facesse il suo ingresso, il palco era già stato rovente per diverse ore: la giornata di domenica 14 giugno, infatti, era stata pensata come una sorta di picco di qualità per gli amanti del rock alternativo e rumorista.
I riflettori si sono accesi nel primo pomeriggio con gli irlandesi Just Mustard, maestri dello shoegaze contaminato da trame elettroniche; a seguire, i connazionali The Twilight Sad hanno portato la loro inconfondibile miscela di post-punk e pathos celtico, mentre i Mogwai – i ragazzi di Glasgow che ormai sono un’istituzione – hanno preparato il terreno con le loro architetture sonore in bilico tra delicato e assordante.
La Visarno, insomma, ha vibrato per quasi dieci ore filate di amplificatori ruggenti, confermando la propria vocazione a hub internazionale della musica dal vivo, lontana anni luce dalle mere logiche del business estivo.
Un bilancio in numeri per il festival che guarda già al futuro
La tre giorni, organizzata da Live Nation Italia, ha dunque centrato in pieno l’obiettivo di offrire tre esperienze radicalmente diverse tra loro: il rock psichedelico di Kravitz, lo show ipercinetico e ironico di Robbie Williams – capace di alternare grandi hit a momenti di intima confessione pop – e infine la profondità quasi letteraria dei The Cure.
Oltre i riflettori puntati sui grandi headliner, l’edizione 2026 ha segnato il ritorno a una partecipazione di massa senza le restrizioni che avevano caratterizzato gli anni precedenti, con un’affluenza che ha restituito alla città una parvenza di quella movida cosmopolita che le appartiene. Che si tratti di “Shake Dog Shake” o di un semplice assolo di chitarra perso nel vento caldo di giugno, la musica ha dimostrato ancora una volta di essere l’unica lingua capace di mettere d’accordo – o quantomeno di far cantare all’unisono – le diverse anime di Firenze.




