Bruxelles bacchetta l’Italia e gli altri otto: “Stop ai controlli alle frontiere interne”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La Commissione europea, con un parere pubblicato nei primi giorni di giugno, ha raccomandato a nove Stati membri – Italia, Austria, Danimarca, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Slovenia e Svezia – di avviare un percorso graduale volto all’eliminazione dei controlli alle frontiere interne, misure che da tempo avevano rimesso in discussione uno dei pilastri del trattato di Schengen: la libera circolazione delle persone.

Il richiamo dell’esecutivo comunitario, sebbene non vincolante nella sua forma attuale, acquisisce un peso specifico notevole considerato che molte di queste proroghe, giustificate inizialmente da minacce concrete come il terrorismo o l’emergenza migratoria, hanno superato abbondantemente i dodici mesi, una soglia temporale oltre la quale Bruxelles è tenuta a esprimere una valutazione formale sulla necessità e proporzionalità delle restrizioni.

Le ragioni del richiamo e le alternative sul tavolo

Nel documento, la Commissione riconosce che i governi, inclusa l’Italia guidata da Giorgia Meloni, avevano il diritto di ripristinare i presidi in via eccezionale per far fronte a situazioni di grave pericolo per l’ordine pubblico, citando esplicitamente le preoccupazioni legate alla sicurezza e ai flussi migratori lungo rotte come quella dei Balcani occidentali.

Tuttavia, l’ente guidato da Ursula von der Leyen sottolinea come la persistenza di tali blocchi finisca per penalizzare in modo sproporzionato i lavoratori transfrontalieri e le comunità locali, suggerendo ai governi di sfruttare appieno “misure alternative” meno invasive; tra queste figurano i controlli di polizia non sistematici basati sull’analisi del rischio, l’uso di tecnologie di identificazione biometrica mobile e sistemi avanzati di localizzazione dei veicoli, strumenti che, a differenza delle code ai valichi, garantirebbero la sicurezza senza sospendere il diritto alla circolazione

Il fronte caldo del Friuli Venezia Giulia e i dati del Viminale

Il confine orientale, quello italo-sloveno ripristinato nell’ottobre del 2023, resta il simbolo più tangibile di questa tensione.

Mentre Bruxelles spinge per una normalizzazione, le rappresentanze sindacali e politiche locali esprimono una ferma contrarietà: Lorenzo Tamaro, segretario regionale del Sindacato autonomo di Polizia (Sap), richiamando i dati del Viminale, evidenzia come i controlli (sia statici che dinamici) abbiano prodotto una drastica riduzione degli ingressi irregolari e un aumento esponenziale degli arresti, molti dei quali ai danni di passeur dediti al traffico di esseri umani.

Una posizione, quella del sindacato, che rivendica il diritto degli agenti a operare con strumenti adeguati in un’area – il Carso – caratterizzata da una conformazione geografica che rende poroso il confine, permettendo ai flussi di deviare verso valichi secondari di difficile presidio se non attraverso un impiego massiccio di pattuglie dinamiche.

La reazione politica e la scadenza imminente

Sul piano politico, la raccomandazione ha immediatamente innescato le reazioni della Lega, con esponenti del Carroccio che hanno respinto al mittente l’invito, rivendicando la sovranità nazionale in materia di sicurezza e sostenendo che “decidiamo noi come, quando, e chi controllare”.

Le attuali notifiche dei controlli, nel caso specifico del confine con Lubiana, risultano prorogate fino al 18 dicembre, e il governo italiano sostiene che ogni rinnovo sia giustificato da elementi nuovi legati alla persistente minaccia di infiltrazioni terroristiche nei flussi migratori e alle crisi internazionali in corso.

Dalla parte opposta, il Consorzio italiano di solidarietà (Ics) ha accolto con favore il parere europeo, definendo di fatto illegittima la lunga sospensione e chiedendo che chi ha sostenuto questa linea venga chiamato a rispondere di un dispendio di risorse che ha distolto forze dall’ordine pubblico cittadino per presidiare i valichi.

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