Il paradosso del gas russo: l’Europa vieta ciò che compra, Meloni dice no a Descalzi

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, stroncava l’appello dell’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, chiedendo all’Europa di fare marcia indietro sullo stop alle forniture di Gnl proveniente dalla Russia, i dati di Bruxelles raccontavano una storia del tutto opposta, fatta di cifre e contratti che sembrano ignorare la retorica dell’autonomia energetica. Da un lato, infatti, si preparano le cesure definitive – che scatteranno a giorni per i contratti a breve termine – mentre dall’altro le navi cargo continuano ad attraccare nei terminali europei scaricando il “cattivo” gas di Putin, un flusso che nei primi mesi del 2026 ha subito una frenata solo parziale, ma che paradossalmente ha visto l’Unione Europea diventare, ancora una volta, uno dei principali finanziatori del Cremlino per quanto riguarda l’idrocarburo liquefatto. È una contraddizione che pesa come un macigno sulle politiche comunitarie, rese ancor più fragili dalla crisi dello Stretto di Hormuz; quella via d’acqua, fondamentale per il transito di un quinto del gas naturale liquefatto globale, è stata di fatto bloccata, lasciando l’Europa in balia di un mercato energetico che scotta e che rischia di rendere vani gli sforzi di diversificazione fatti finora.

Divieti imminenti e acquisti record

La situazione è, per usare un eufemismo, paradossale. A partire dal 25 aprile, entrerà in vigore il divieto per tutti gli Stati membri di acquistare Gnl russo nell’ambito di contratti a breve termine, una misura che si inserisce in un piano più ampio – formalmente approvato dal Consiglio dell’Unione Europea lo scorso 26 gennaio – che mira a un azzeramento totale delle importazioni entro il 2027, toccando sia il gas liquefatto che quello veicolato via pipeline. Eppure, nei mesi immediatamente precedenti questa stretta, l’andamento degli acquisti ha subito un’accelerazione inaspettata. Nel solo primo trimestre del 2026, l’Unione ha incrementato le importazioni dal progetto Yamal, in Siberia, del 17% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo i 5 milioni di tonnellate; una corsa agli acquisti che ha fruttato alla Russia circa 2,88 miliardi di euro, sfruttando l’aumento vertiginoso dei prezzi e la momentanea minore domanda asiatica.

La linea del governo e l’appello inascoltato di Eni

È in questo contesto incandescente – segnato dalle ricadute economiche del conflitto in Iran e dalla chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz – che si inserisce il faccia a faccia a distanza tra Palazzo Chigi e il vertice del colosso energetico nazionale. Claudio Descalzi, forte della sua competenza tecnica e delle difficoltà oggettive di approvvigionamento, aveva chiesto a Bruxelles di riconsiderare il bando, sottolineando come sostituire 20 miliardi di metri cubi di Gnl russo fosse un’impresa titanica in un mercato globale strangolato dalle tensioni geopolitiche. La premier Meloni, intervenuta al Vinitaly di Verona, non ha avuto dubbi: ha compreso il punto di vista di Descalzi, definendolo un “operatore del settore” con il dovere di segnalare i problemi, ma ha ribadito con fermezza che la pressione economica su Mosca rimane “l’arma più efficace per costruire la pace”. Una presa di posizione netta, che per ora esclude qualsiasi ipotesi di riapertura del rubinetto russo, anche a costo di dover fare i conti con bollette più salate e una concorrenza globale spietata.

La lunga ombra della dipendenza

Non si tratta, tuttavia, di una resa dei conti solo ideologica. Sebbene i dati di Eurostat mostrino un dimezzamento complessivo della spesa per il gas russo nei primi due mesi del 2026 (scesa a 1,7 miliardi di euro contro i 3,4 dell’anno prima), le cifre rivelano quanto sia difficile amputare di netto un rapporto commerciale decennale. Francia, Spagna e Paesi Bassi sono stati, a febbraio, i principali acquirenti del Gnl di Mosca, un flusso che continua a scorrere nonostante le sanzioni e le dichiarazioni bellicose. L’Europa, insomma, si trova a dover gestire un’astinenza programmata mentre il mondo brucia petrolio e gas: da una parte le limitazioni stringono la morsa, dall’altra la realtà dei fatti – con le navi che solcano i mari e il denaro che trasferisce – dimostra che la dipendenza energetica non si sconfigge con un decreto, ma con un’opera lenta e costosa che i recenti sconvolgimenti globali hanno reso più difficile del previsto.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.