Mondiale 2026, il Consiglio d'Europa attacca la Fifa: "Influenzata da Trump". E Infantino esagera: "L'evento più grande della storia"

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il sipario sul Mondiale di calcio 2026 sta per calare, con la finale tra Spagna e Argentina in programma alle 21, ma le polemiche che hanno costellato il torneo organizzato tra Stati Uniti, Canada e Messico non accennano a placarsi. Anzi, a poche ore dal fischio d'inizio dell'ultimo atto, il Consiglio d'Europa ha scelto di alzare il tono dello scontro, indirizzando una pesante esortazione alla Fifa affinché "rafforzi l'integrità del calcio", in un contesto che, secondo l'organizzazione paneuropea per i diritti umani, ha sollevato "un interrogativo dopo l'altro".

Una bordata che arriva dritta al cuore della governance calcistica mondiale e che mette nel mirino, in particolare, l'influenza esercitata dall'amministrazione Trump, definita dal segretario generale Alain Berset come una presenza ingombrante e destabilizzante.

L'attacco del Consiglio d'Europa e le parole di Berset

La critica del Consiglio d'Europa non si limita a una generica richiesta di trasparenza, ma punta il dito contro un presunto condizionamento politico che avrebbe caratterizzato l'edizione 2026 del torneo. Alain Berset, segretario generale dell'organismo, ha dichiarato che i Mondiali co-organizzati dagli Stati Uniti hanno sollevato più di un dubbio, sottolineando come la Fifa sia apparsa "influenzata" dalle dinamiche politiche statunitensi.

Un'affermazione che, sebbene non entri nel merito di episodi specifici, trova terreno fertile nelle numerose controversie che hanno segnato questi mesi di competizione, dalle questioni relative ai visti negati a giornalisti e fotografi fino alle decisioni arbitrali contestate e alle dichiarazioni del numero uno del calcio mondiale. L'appello a "rafforzare l'integrità" suona quindi come un monito a non cedere a pressioni esterne, in un momento in cui il calcio, da sempre considerato uno sport universale, rischia di diventare un terreno di scontro per interessi geopolitici.

"L'evento più grande della storia": la retorica di Infantino

In questo clima di accese tensioni, le parole del presidente della Fifa Gianni Infantino sembrano appartenere a un'altra dimensione. All'inizio del torneo, di fronte alle prime critiche e ai primi intoppi burocratici, come il caso dell'arbitro somalo Omar Artan respinto alla frontiera, Infantino aveva invitato tutti a "rilassarsi", liquidando le proteste con un lapidario: "Non controlliamo tutto".

Una risposta che apparve già allora come una sottovalutazione dei problemi, e che oggi, a distanza di settimane, contrasta in maniera stridente con la realtà di un Mondiale che ha visto susseguirsi episodi imbarazzanti. La sua successiva definizione del torneo come "il più grande evento della storia dell'umanità" è stata accolta con scetticismo, specialmente alla luce delle difficoltà organizzative e dei costi record che hanno caratterizzato questa edizione, trasformandola in un gigantesco business più che in una festa dello sport.

I numeri di un Mondiale da record (e le polemiche)

Se da un lato la retorica di Infantino appare fuori luogo, i numeri parlano chiaro e fotografano un evento di proporzioni economiche colossali. I ricavi complessivi per la Fifa nel ciclo quadriennale legato a questo torneo si attestano intorno ai 15 miliardi di dollari, una cifra che quasi raddoppia i 7,6 miliardi del Mondiale in Qatar del 2022, a testimonianza di una crescita esponenziale del business legato al calcio. Ma a questi dati si contrappone un lungo elenco di critiche e disservizi che hanno minato l'immagine della manifestazione.

Dall'Iran di Taremi, che ha definito l'esperienza "tutto disastroso", al cartellino rosso revocato a Balogun, passando per i visti negati al fotografo dell'Iraq e all'ex calciatore spagnolo Joan Capdevila, fermato per una partita giocata in Iran nel 2016. Ogni episodio ha alimentato un clima di sfiducia, dipingendo il ritratto di un Mondiale lontano dall'essere "chill", come invece auspicato dal suo presidente.

La finale e lo sguardo critico della letteratura latinoamericana

Mentre le squadre si preparano per la finale, e le star come Tom Cruise e Laura Pausini si esibiscono nella cerimonia di apertura, il racconto di questo mondiale trova spazio anche sulle pagine della cultura. Lo scrittore colombiano Juan Gabriel Vásquez, su El País, ha firmato un duro editoriale intitolato "La pelota no se mancha", in cui contrappone la leggendaria frase di Maradona alla realtà di un torneo che, a suo dire, si è macchiato a causa di due nomi precisi: Infantino e Donald Trump.

La letteratura diventa così lo strumento per denunciare una deriva, per raccontare come qualcosa si sia rotto nel rapporto tra il calcio e i suoi valori fondanti. Eppure, nella conclusione del suo pezzo, Vásquez lascia spazio a un barlume di speranza, quasi a voler ricordare che, nonostante le ingerenze e le speculazioni, la magia del pallone, quella vera, rimane intatta e capace di resistere alle intemperie della politica e del denaro.

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