Marco Masini, il quinto posto con Fedez a Sanremo e il paragone con Mia Martini: «A lei è andata peggio, non seppe difendersi»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’incontro tra generazioni musicali diverse, spesso oggetto di dibattito e di analisi sociologica, ha trovato al Festival di Sanremo 2026 una delle sue esemplificazioni più riuscite, quantomeno sul piano artistico e su quello umano, nella collaborazione tra Marco Masini e Fedez. Il brano “Male necessario”, che li ha visti condividere il palco dell’Ariston e che è valso loro un quinto posto, è stato letto da molti come un semplice incrocio di pubblico, ma per i diretti interessati ha rappresentato molto di più. Masini, in una serie di interviste rilasciate al Corriere della Sera e ad altre testate, ha offerto una riflessione profonda su quell’esperienza, chiarendo come il sodalizio con il rapper abbia prodotto uno «scambio di energia» tale da rendere il piazzamento in classifica, a suo dire, un dettaglio secondario rispetto alla validità del percorso compiuto insieme. Il cantautore toscano, del resto, ha sottolineato come la presenza di Fedez gli abbia permesso di accedere a un linguaggio, quello del rap, che lui stesso ammette essere di una sintesi straordinaria: se i cantautori della sua generazione, spiega, necessitavano di minuti per costruire un racconto, i rapper contemporanei in quindici secondi riescono a condensare concetti complessi, una lezione di pragmatismo e modernità che ha dichiarato di aver fatto propria volentieri.
Uno specchio a doppia mandata: l’istinto della giovinezza e la coerenza dell’età adulta
Il legame che si è creato tra i due artisti, lungi dall’essere una semplice operazione mediatica, sembra poggiare su un riconoscimento reciproco e quasi intimo delle rispettive traiettorie esistenziali. Masini, con la sincerità che da sempre contraddistingue le sue confessioni pubbliche, ha raccontato di rivedere in Fedez una versione più impulsiva di sé, quel Masini giovane e «superficiale» – usando un aggettivo che non suona come un giudizio, ma come una constatazione – animato dalla voglia di infrangere le regole e di sovvertire lo stato delle cose. Parallelamente, ha ipotizzato che Fedez possa proiettarsi in lui, intravedendo in un uomo di sessant’anni quella che potrebbe essere la propria immagine tra tre decenni: qualcuno che, pur non avendo potuto realmente mutare il mondo, ha trovato il modo di abitarci senza tradire sé stesso. Questa dimensione duale del loro rapporto, fatta di sguardi incrociati tra passato e futuro, ha conferito alla loro esibizione una densità emotiva che va oltre la semplice performance canora, e che Masini ha tenuto a evidenziare nel corso delle sue dichiarazioni.
L’abisso nel successo e il peso di una diceria: il paragone con Mia Martini
Nel ripercorrere la propria carriera, stimolato dalle domande dei giornalisti a seguito della ribalta sanremese, Masini non ha eluso i capitoli più dolorosi della sua biografia, in particolare quello legato all’assurda e infamante diceria che lo voleva portatore di sfortuna. Una leggenda metropolitana, quella, che negli anni a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio gli ha chiuso le porte della televisione e gli ha fatto vivere momenti di autentico sconforto. E proprio affrontando questo tema, il cantautore ha voluto tracciare una linea di demarcazione netta tra la sua esperienza e quella, assai più tragica, di Mia Martini. «È andata peggio a lei», ha dichiarato senza mezzi termini, spiegando come Mimì non abbia avuto la forza o forse gli strumenti per difendersi da una cattiveria che, nel suo caso, si è rivelata letale. Masini ha ammesso di aver sofferto, certo, ma di aver trovato in quella sofferenza una sorta di paradosso motore, una spinta a scrivere canzoni che imponessero una riflessione, mentre la generazione del tempo, a suo dire, sembrava volerne scansare il peso. Ha persino ipotizzato che, in un'ipotetica epoca dominata dai social network, Mia Martini avrebbe forse potuto disporre di una «arma in più» per controbattere e raccontare la propria verità, un’opportunità che all’epoca le è stata negata.
La perdita della bussola e la promessa mantenuta a una madre morente
A rendere ancora più umano e stratificato il racconto di Marco Masini, però, è la consapevolezza con cui egli stesso analizza le proprie cadute, ammettendo che il momento più buio della sua esistenza non coincise con l’ostracismo subito, bensì con il periodo di maggior fulgore commerciale. Fu allora, quando le vendite lo portarono da zero a due milioni di copie in un anno, che Masini ammette di aver smarrito la rotta: le case, le macchine, una quantità di relazioni occasionali che descrive quasi con stupore, tutto questo finì per allontanarlo dal suo centro gravitazionale, dalla sua ragione d’essere. E fu in quel «abisso più nero» che dovette reimparare a ritrovarsi, un processo che lo ha reso l’uomo e l’artista che oggi, a settant’anni, siede al pianoforte e guarda con affetto a un rapper trentenne. A tenerlo ancorato alla vita, del resto, fu una promessa fatta in circostanze drammatiche: quella a sua madre, mentre lei stava morendo, di non abbandonare mai la musica. Una promessa mantenuta, che lo portò a esibirsi su un palco appena sette giorni dopo il lutto, e che oggi gli consente di guardare al futuro con la serenità di chi, pur tra tanti errori, è riuscito a rimanere in piedi.
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