Abu Mazen all'Onu: «Israele vuole cancellare l'esistenza palestinese»
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Redazione Esteri
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Il presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, ha scelto il videomessaggio per parlare all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, dopo che per il secondo anno consecutivo gli Stati Uniti gli hanno negato il visto d'ingresso. «Respingo questa misura punitiva illegale e le motivazioni addotte per giustificarla», ha esordito dal suo ufficio di Ramallah, in Cisgiordania occupata, mentre nella sala newyorkese i rappresentanti palestinesi seguivano le sue parole da uno schermo.
La denuncia di un progetto coloniale
Il novantenne leader palestinese, alla guida dell'ANP dal 2005, ha delineato un quadro drammatico della condizione del suo popolo, sostenendo che le politiche israeliane non si limitano più a minare la soluzione dei due Stati ma puntano ora a mettere in discussione «la vita e la stessa esistenza» dei palestinesi nella loro terra. Secondo Abu Mazen, quanto accade a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est non sarebbe una somma di episodi isolati, bensì un «progetto coloniale malevolo» volto a rendere sempre più difficile la vita dei palestinesi e a costringerli alla partenza.
L'obiettivo, ha aggiunto, sarebbe quello di separare il nord della Cisgiordania dal sud, isolare Gerusalemme Est dal suo contesto palestinese e impedire la nascita di uno Stato palestinese geograficamente continuo.
L'appello contro una nuova Nakba
Il riferimento storico alla Nakba, la «catastrofe» del 1948, è tornato più volte nel discorso. Abu Mazen ha chiesto alla comunità internazionale di «evitare una nuova Nakba», ricordando che il popolo palestinese e la sua leadership non devono essere puniti per aver chiesto la fine dell'occupazione o per essersi rivolti all'Onu, alla Corte Internazionale di Giustizia e alla Corte Penale Internazionale. «La nostra scelta di invocare il diritto internazionale e le sue istituzioni è una scelta pacifica e civile, non un atto contrario alla pace», ha precisato.
La Nakba indica l'espulsione di massa dei palestinesi dalle proprie terre con l'istituzione dello Stato di Israele: secondo le Nazioni Unite, più della metà della popolazione palestinese dell'epoca fu costretta a lasciare le proprie case, e oltre cinque milioni di rifugiati risultano ancora oggi registrati presso l'agenzia Onu competente.
Il Cairo, diplomazia araba in movimento
Mentre all'Onu si consumava il discorso del leader palestinese, al Cairo il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi ha ricevuto Ammar Al Hakim, leader del National Wisdom Movement, il principale partito di governo iracheno. Nel corso dell'incontro, secondo quanto reso noto, Al Sisi ha esortato Baghdad «a continuare a svolgere un ruolo costruttivo nel rafforzamento della sicurezza collettiva delle nazioni arabe, nella salvaguardia delle risorse e del benessere dei popoli della regione».
Tra il presidente egiziano, espressione della maggioranza sunnita del Paese, e il leader iracheno, di fede sciita, si è discusso anche degli sforzi in corso da parte dell'Egitto per ridurre le tensioni e prevenire una nuova escalation in Medio Oriente.
Lo stato dei negoziati e la crisi umanitaria
Sul fronte diplomatico, la proposta americana per Gaza resta in una fase di stallo. Il piano in due fasi presentato dall'amministrazione Trump prevede il disarmo delle milizie palestinesi, il ritiro israeliano e l'istituzione di una governance transitoria per l'enclave, ma il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha finora rifiutato di sostenerlo, insistendo sulla necessità di un disarmo effettivo e verificabile.
A Gaza, intanto, la tregua negoziata nell'ottobre del 2025 rimane fragile: secondo i dati riferiti dalle autorità sanitarie locali, dall'entrata in vigore dell'accordo sono stati uccisi più di cinquecento palestinesi, mentre gli attacchi aerei israeliani sono ripresi dopo una pausa di una settimana nell'agosto scorso. Circa due terzi del territorio risultano inaccessibili o soggetti a severe restrizioni, e l'appello umanitario per il 2026 risulta finanziato solo al quaranta per cento.
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