Abu Mazen a Roma: "Dialogo unica via, ma Israele non risponde"
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Redazione Esteri
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Nel cuore di una crisi internazionale che stenta a trovare una via d'uscita, il presidente palestinese Mahmoud Abbas, noto come Abu Mazen, ha scelto nuovamente le colonne di Avvenire per lanciare un appello, carico di amarezza e determinazione, sottolineando come il dialogo rappresenti l'unico strumento percorribile per salvare un processo di pace che definisce gravemente ferito. A quasi un anno dalla sua ultima intervista al giornale, rilasciata nel novembre 2024 a seguito dell'attacco del 7 ottobre 2023, il leader novantenne torna a parlare dalla capitale italiana, al termine di un incontro privato con Papa Leone XIV e in attesa di confrontarsi con le massime cariche dello Stato italiano. Il suo discorso, articolato tra denunce circostanziate e un cauto ottimismo, delinea le coordinate di un possibile futuro per l'intera Terra Santa, partendo dall'emergenza immediata di Gaza per abbracciare una prospettiva più ampia e di lungo periodo.
L'incontro in Vaticano e il riconoscimento dello Stato
L'udienza in Vaticano ha costituito, senza dubbio, un momento centrale della visita romana di Abu Mazen, il quale ha espresso pubblicamente gratitudine per l'operato del pontefice. Durante il colloquio, Leone XIV ha ribadito con fermezza la posizione della Santa Sede, richiedendo un cessate il fuoco immediato e definitivo non solo nella striscia di Gaza ma anche in Cisgiordania e indicando, come obiettivo strategico irrinunciabile, la costituzione effettiva di uno Stato palestinese. Una visione, questa, che il Vaticano ha formalizzato già un decennio fa, come è stato puntualmente ricordato dal comunicato della sala stampa apostolica che, al termine dell'incontro, ha riferito di un colloquio con il "presidente dello Stato di Palestina", utilizzando una formula che possiede un chiaro e profondo significato politico-diplomatico.
La denuncia dell'assenza di comunicazione
Nell'anticipazione dell'intervista integrale, Abu Mazen ha posto l'accento su quello che considera il nodo cruciale dell'attuale stallo: la pressoché totale assenza di comunicazioni politiche dirette tra l'Autorità Nazionale Palestinese e il governo israeliano. Una situazione, ha spiegato, che perdura "da anni" e che attribuisce alle "politiche estremiste dell’attuale esecutivo". Secondo la sua ricostruzione, Tel Aviv avrebbe non solo rifiutato gli impegni assunti in precedenza, ma avrebbe perseguito, in modo sistematico, una strategia basata sull'espansione degli insediamenti coloniali, su attacchi condotti sia dalle forze regolari che dai coloni contro la popolazione palestinese, e su una stretta economica che include il trattenimento di entrate fiscali, le quali ammonterebbero a oltre tre miliardi di dollari. Queste azioni, nel loro complesso, avrebbero eroso ogni spazio per un negoziato costruttivo.
Le prospettive e la posizione su Hamas
Pur nella difficoltà del momento, il presidente Abbas non ha mancato di tracciare una linea per il futuro, affrontando anche il tema spinoso di Hamas. In dichiarazioni rilasciate anche ad altri quotidiani nel corso della sua permanenza a Roma, ha espresso la convinzione che un disarmo del gruppo militare sarebbe di beneficio primario per gli stessi palestinesi, inquadrandolo come un passo necessario verso una normalizzazione della vita politica e sociale. Al contempo, ha lanciato un'accusa di fondo a Israele, esortandolo ad abbandonare quelle che definisce politiche di "apartheid", ritenendole un ostacolo insormontabile sulla strada di una coesistenza pacifica. Il suo appello, dunque, si configura come un doppio binario: da un lato, un'azione interna per marginalizzare le frange più estremiste, e dall'altro, una richiesta inequivocabile alla controparte di mutare radicalmente il proprio approccio, ponendo fine a pratiche che giudica oppressive e discriminatorie.




