Trump e l’Iran: “Niente armi atomiche, ma se non si tratta chiudo lo Stretto a colpi di cannone”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La Casa Bianca, ancora una volta, ribalta il tavolo della diplomazia pur tenendolo ben saldo tra le mani. A più di un anno dal suo ritorno alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha dettato una nuova linea – a tratti paradossale – riguardo il protrarsi delle ostilità con Teheran, un conflitto che, va ricordato, aveva inizialmente pronosticato di risolvere nel giro di poche settimane. Davanti ai giornalisti riuniti nello Studio Ovale, Trump ha respinto al mittente ogni critica sulla durata dell’operazione, rivendicando anzi un approccio metodico che nulla ha a che fare con la frenesia: “Non voglio affrettare la fine della guerra” ha detto, aggiungendo – con una delle sue tipiche immagini animalistiche – che la leadership iraniana è nel caos, “sono come cani e gatti”.
Dietro questa apparente calma, però, la musica cambia radicalmente quando si parla delle vie d’accesso al Golfo. Lo Stretto di Hormuz – quel collo di bottiglia attraverso cui passa una fetta massiccia del petrolio mondiale – è tornato a essere il vero campo di battaglia. Trump ha infatti ordinato alla Marina militare di “sparare e uccidere” senza esitazione equipaggi o imbarcazioni sospettate di posare mine nelle acque dello Stretto, un ordine che di fatto sigilla la via d’acqua come una morsa. Le parole del presidente, pubblicate in un post su Truth Social (dove spesso anticipa le mosse ufficiali), lasciano poco spazio ai giochi d’acqua: “La Marina iraniana giace sul fondo del mare. Le loro navi sono tutte, 159, sul fondo. Lo Stretto è chiuso ermeticamente, finché loro non saranno in grado di fare un accordo”.
Il fattore nucleare e la “questione stupida”
Sul capitolo più oscuro della guerra, quello che avrebbe potuto cambiare le sorti del conflitto (e del mondo), Trump è parso quasi offeso. Interrogato da un giornalista sulla possibilità di ricorrere all’opzione atomica, la reazione è stata secca, quasi sdegnata: “No, non lo farei. Perché dovrei usare un’arma del genere quando li abbiamo già annientati completamente in modo convenzionale?”. Il presidente ha rimproverato il cronista per la domanda, definendola “stupida”, e ha ribadito un concetto che ha trasformato in una sorta di monito universale: “A nessuno dovrebbe essere permesso di usarle”. Con questa affermazione, Trump ha cercato di smontare l’ansia da Armageddon che aleggiava sui tavoli dei think tank, sostenendo che la potenza di fuoco tradizionale dispiegata finora sia più che sufficiente per tenere in scacco Teheran.
Questa retorica, però, si scontra con la realtà sul campo. I mediatori pakistani – che fanno da ago della bilancia nei contatti indiretti tra le due capitali – riportano un quadro confuso. Da una parte c’è Washington che vuole garanzie illimitate sull’arricchimento dell’uranio (Trump parla di una sospensione di 20 anni), dall’altra Teheran, la cui leadership appare decapitata e in preda a una lotta intestina che ne paralizza la capacità decisionale. Fonti interne riportano che i negoziatori americani sono preoccupati perché non sanno letteralmente chi, a Teheran, abbia l’autorità per firmare un cessate il fuoco duraturo.
Un “non ultimatum” fatto di acciaio e petrolio
La strategia di Trump, a ben guardare, è quella di chi ha già vinto la partita militare ma aspetta la resa formale del portiere. Dopo aver rivendicato la distruzione di “tre livelli di leadership” nemica, il presidente si concede il lusso del tempo. “Ho tutto il tempo del mondo, ma l’Iran no” ha scritto, specificando che non accetterà un accordo debole solo per chiudere la pratica. I media statunitensi suggeriscono che l’amministrazione stia ricalibrando l’obiettivo: non più la capitolazione totale, ma la garanzia che l’asse Teheran non possa mai più armarsi, tenendo però lo Stretto di Hormuz come ostaggio economico. Le petroliere non passano, il blocco navale è totale, e chi prova a violarlo – come tentato di fare qualche vascello iraniano nei giorni scorsi – rischia la distruzione immediata.
Dal canto loro, le autorità iraniane hanno rifiutato di piegarsi. Il presidente del Parlamento di Teheran ha definito quelle americane “minacce inaccettabili”, sostenendo che gli Stati Uniti stiano cercando di trasformare il tavolo negoziale in “un tavolo di resa”. Mentre i diplomatici parlano di arricchimento dell’uranio e di distanze abissali sugli anni di moratoria, Trump ha lasciato intendere che la fine – militare o diplomatica che sia – è comunque vicina, anche se rifiuta di fissare una data.




