Il "Board of Peace" di Trump e l'attesa italiana, mentre Ungheria e Bulgaria aderiscono

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il panorama della diplomazia internazionale, in una fase di ridefinizione degli equilibri, registra l’operatività del Board of Peace, organismo voluto e presieduto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump con l’obiettivo dichiarato di gestire la delicata seconda fase della tregua a Gaza, quella finalizzata al disarmo di Hamas. La sua nascita, però, lo colloca in una posizione che molti analisti interpretano come potenzialmente antagonista rispetto al ruolo tradizionale delle Nazioni Unite, poiché lo statuto gli affida il compito di promuovere la stabilità e sostenere una pace duratura nelle regioni segnate dal conflitto o a rischio di esso. Alla cerimonia inaugurale, contrassegnata dalla firma di una ventina di paesi, Trump ha annunciato pubblicamente l’interesse di Italia e Polonia a entrare a farne parte, sottolineando così l’attrattiva che l’iniziativa sta esercitando oltre l’asse atlantico più consolidato.

Le adesioni e la frattura con Ottawa

Mentre l’Ungheria e la Bulgaria, unici tra i paesi dell’Unione Europea, hanno già formalizzato la loro partecipazione, un episodio ha acceso i riflettori sul metodo diretto e su taluni criteri selettivi adottati dalla nuova struttura. Trump ha infatti ritirato pubblicamente, attraverso una lettera sul suo social Truth, l’invito rivolto al Canada, indirizzando parole di forte critica al premier Carney dopo che quest’ultimo, nel corso del Forum di Davos, aveva espresso preoccupazioni circa un’era di rivalità fra grandi potenze e il logoramento di un ordine basato sulle regole. “Vi prego di far sì che questa lettera serva a rappresentare che il Consiglio di pace sta ritirando il suo invito riguardo all’adesione del Canada”, si legge nel messaggio, che definisce l’organismo come “il più prestigioso consiglio dei leader mai riunito”.

Il piano economico per Gaza e le perplessità romane

Parallelamente agli sviluppi diplomatici, a Davos è stato presentato anche un ambizioso piano di ricostruzione per la Striscia di Gaza, illustrato da Jared Kushner, il quale prevede una trasformazione radicale del territorio dalle macerie attuali a un profilo economico ispirato a modelli come Dubai, con grattacieli, distretti tecnologici e un reddito pro capite promesso di tredicimila dollari annui. Questo progetto, che partirebbe dalla città di Rafah, particolarmente colpita, rimane tuttavia inscindibile dai complessi negoziati politici in corso. Proprio su un versante più strettamente politico-istituzionale, l’Italia mantiene una posizione di attesa, come chiarito da una nota informativa interna di Fratelli d’Italia. Il documento, circolato tra i parlamentari per rispondere alle interrogazioni delle opposizioni, spiega che Roma “non ha ancora visto lo statuto del Board of Peace”, motivo per cui non ha potuto procedere all’adesione, pur valutando il progetto come interessante.

La cautela dettata dalla mancanza di elementi

La linea tracciata dal centro studi del partito, con sede in via della Scrofa, evidenzia come la “qualificazione giuridica non è ancora possibile da definire con precisione, in assenza di un accesso allo statuto”. Si tratta, in altre parole, di una scelta dettata dalla prudenza e dalla necessità di elementi concreti su cui formulare una valutazione, piuttosto che da una chiusura pregiudiziale verso un organismo che presenta, come si legge nella nota, “alcuni aspetti interessanti per il nostro Paese”. L’approccio italiano appare dunque caratterizzato da un cauto esame, in attesa di poterne analizzare i fondamenti operativi e gli impegni specifici, mentre altri partner europei hanno già compiuto la loro scelta.

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