Trump e la ricostruzione di Gaza, tra piani divisivi e la lunga ombra di Hamas

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tregua a Gaza, salutata da un comprensibile sentimento di speranza, ha interrotto, seppure tra innumerevoli difficoltà, una tragedia di proporzioni immani che ha lasciato sul terreno settantamila morti e una distruzione paragonata, da osservatori americani, agli effetti di un’esplosione nucleare. I primi passi del piano annunciato da Donald Trump lo scorso 29 settembre hanno dunque mosso i propri timidi, ma concreti, iniziali, sebbene il percorso appaia ancora tutto in salita e il traguardo lontano. La strada da percorrere, del resto, si presenta insidiosa e carica di incognite, sulle quali nessuno, al momento, sembra in grado di offrire garanzie o certezze assolute.

Il piano Usa-Israele e la divisione in due

Secondo quanto ricostruito dal Wall Street Journal, e fatto proprio dall’amministrazione americana, Stati Uniti e Israele starebbero valutando una proposta operativa che prevede la spartizione del territorio di Gaza in zone separate, ciascuna controllata rispettivamente da Israele e da Hamas. Una soluzione, questa, che rappresenta di fatto la posizione emersa pubblicamente durante la conferenza stampa congiunta del vicepresidente JD Vance e di Jared Kushner, genero del presidente. La ricostruzione delle infrastrutture e degli edifici, elemento cruciale per qualsiasi speranza di normalità futura, avverrebbe in una prima fase solo nella porzione di territorio sotto controllo israeliano, configurandosi come misura provvisoria in attesa che il gruppo militante venga disarmato e allontanato dal potere.

La sfida di estromettere Hamas

Disarmare Hamas e rimuoverla definitivamente dallo scenario politico della Striscia, obiettivo dichiarato del governo israeliano, si configura come un compito di straordinaria complessità, della cui difficoltà iniziano a rendersi conto anche i funzionari americani giunti a più riprese in Israele con il preciso mandato di consolidare il cessate il fuoco promosso da Trump. L’operazione, che mira a privare il gruppo della sua capacità offensiva e della sua influenza, richiederà tempo e risorse, non solo militari ma anche diplomatiche, in un contesto già di per sé estremamente frammentato e volatile.

La visione di Trump e i suoi limiti operativi

Quella di Donald Trump, il cui approccio alla politica estera si può certamente definire come una forma di sovranismo mondiale, possiede i tratti di una visione chiara, con categorie e obiettivi definiti, sebbene non sia esente da contraddizioni e limiti che stanno emergendo in vari teatri internazionali. La grande illusione trumpiana, che pure ha prodotto questo primo fragile accordo, deve ora misurarsi con la realtà intricata del Medio Oriente, dove la semplificazione dei piani si scontra spesso con una matassa di interessi e conflitti di difficile districamento. La divisione di Gaza, in questo senso, rappresenta un tentativo pragmatico di gestire un’emergenza umanitaria e di sicurezza senza aver ancora risolto la questione fondamentale della governance del territorio.

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