Il gip di Ravenna e quei medici accusati di favorire i clandestini infetti

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   L’indagine della Procura di Ravenna ha portato alla luce una vicenda che solleva interrogativi non solo sul piano strettamente giudiziario, ma anche su quello dell’etica professionale e della sanità pubblica. Tre medici del reparto di Malattie infettive sono finiti nel mirino della magistratura con l’accusa di falso in atto pubblico e interruzione di pubblico servizio, e il giudice per le indagini preliminari, Federica Lipovscek, non ha usato mezzi termini nel delineare il contesto in cui maturarono quei comportamenti. Secondo quanto emerso, i camici bianchi avrebbero rilasciato certificati medici artefatti, dichiarando l’inidoneità al trattenimento di stranieri irregolari nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), e lo avrebbero fatto non in buona fede, ma in un’ottica – scrive il gip – di “aperta contestazione del sistema di gestione dell’immigrazione clandestina”.

La questione, a ben vedere, non riguarda tanto la possibilità per un professionista di nutrire convinzioni personali sull’immigrazione, quanto piuttosto il fatto che tali convinzioni si sarebbero tradotte in atti concreti e antigiuridici. La deriva ideologica, in questo frangente, avrebbe spinto alcuni medici a violare non solo la legge, ma anche le stesse norme deontologiche che pure venivano richiamate a propria difesa. Il punto nodale sollevato dall’ordinanza del gip è proprio questo: la condivisione di certe idee non può e non deve giustificare comportamenti che si pongono in contrasto con doveri professionali chiari, specialmente quando da tali comportamenti potrebbero derivare rischi concreti per la collettività.

E il rischio, in questo caso, appare tutt’altro che astratto. Le patologie in questione, che i medici avrebbero voluto evitare di far gestire all’interno delle strutture chiuse dei Cpr, sono la scabbia e la tubercolosi. Malattie che, per quanto curabili, presentano modalità di trasmissione che le rendono insidiose in contesti di promiscuità o, peggio ancora, se i soggetti infetti vengono lasciati liberi di circolare senza le dovute precauzioni. La scabbia, come noto, si trasmette per contatto diretto, pelle contro pelle, ed è sufficiente una convivenza prolungata o l’uso di vestiti e lenzuola contaminati per diffonderla. La tubercolosi, invece, si trasmette per via aerea, attraverso le goccioline di saliva emesse con un colpo di tosse o uno starnuto, e in una fase attiva della malattia il pericolo di contagio per chi entra in contatto stretto con il malato è elevato.

La decisione di attestare falsamente l’inidoneità al CPR, secondo l’impostazione della Procura, avrebbe di fatto lasciato questi immigrati infetti liberi di circolare sul territorio nazionale, esponendo la popolazione a un pericolo che invece poteva e doveva essere gestito all’interno di un circuito controllato. Si tratta di una scelta che capovolge la logica della tutela della salute pubblica: invece di isolare il potenziale focolaio per curarlo e impedire che altri vengano contagiati – che è poi il principio base di ogni politica sanitaria –, si è preferito, per così dire, restituire alla collettività soggetti potenzialmente in grado di diffondere l’infezione. Una condotta, questa, che il giudice non ha esitato a definire particolarmente grave, proprio perché consapevole: i medici, infatti, erano perfettamente a conoscenza delle patologie diagnosticate.

I certificati facili e la “tutela” che diventa danno

La vicenda giudiziaria ravennate assume contorni ancora più netti se si analizza la meccanica dei fatti contestati. I medici, stando a quanto ricostruito, non si sarebbero limitati a una generica opposizione ai trasferimenti, ma avrebbero messo in atto un sistema collaudato per bloccarli. Rilasciavano certificazioni che attestavano condizioni di salute incompatibili con la permanenza in un CPR, e lo facevano al di fuori di qualsiasi reale necessità clinica. In questo modo, quei pazienti, spesso affetti da patologie infettive come la Tbc o la scabbia, non venivano presi in carico dalle strutture sanitarie per il necessario percorso di cura in regime di isolamento, ma rimettevano piede nella società, con tutti i rischi che ciò comporta in termini di sanità pubblica.

Il paradosso, semmai, è che una condotta presentata (forse anche a sé stessi) come un atto di solidarietà verso il migrante, si traduce in un danno per la collettività e, indirettamente, per gli stessi soggetti che si vorrebbero tutelare. Lasciare un malato di tubercolosi senza un percorso di cure controllato e senza le necessarie misure di isolamento significa infatti non curarlo adeguatamente, esponendolo al rischio di un aggravamento della patologia e allo sviluppo di forme resistenti ai farmaci, oltre a trasformarlo in un veicolo di contagio inconsapevole. Una gestione simile appare difficile da conciliare con il giuramento di Ippocrate, che impone al medico di operare innanzitutto per il bene del malato e di astenersi da qualsiasi azione che possa nuocere.

La reazione del sindacato e le crepe nel sistema di accoglienza

La vicenda, come prevedibile, ha suscitato reazioni nel mondo della medicina e non solo. Il sindacato dei medici, pur nel rispetto del lavoro della magistratura, ha espresso preoccupazione per la generalizzazione di un’indagine che rischia di gettare ombre su un’intera categoria. Ma al di là delle prese di posizione rative, ciò che emerge con chiarezza è una crepa profonda nel sistema di gestione dell’immigrazione e della salute pubblica. La scelta ideologica di alcuni professionisti, infatti, non avrebbe potuto produrre effetti così rilevanti se i protocolli di controllo fossero stati più stringenti o se ci fosse stata una maggiore integrazione tra autorità sanitarie e prefettizie.

Il caso di Ravenna dimostra come la salute, diritto fondamentale e inviolabile, possa diventare essa stessa uno strumento di contesa politica. E se da un lato è dovere del medico curare chiunque, a prescindere dal suo status giuridico, dall’altro è altrettanto doveroso che ciò avvenga nel rispetto delle regole e senza mettere a repentaglio l’incolumità della collettività. I comportamenti contestati, invece, sembrano aver anteposto una visione del mondo a questi principi basilari, dimenticando che la medicina non è un atto di militanza, ma una scienza al servizio della persona e della comunità.

La posizione del gip: una condotta “antigiuridica” e “particolarmente grave”

Nella sua ordinanza, il gip Lipovscek ha voluto sgombrare il campo da possibili fraintendimenti: il problema, ha scritto, non è l’adesione a determinate idee politiche o sociali, ma il fatto che quella condivisione si sia tradotta in “comportamenti antigiuridici particolarmente gravi e in contrasto con le regole deontologiche”. Una precisazione importante, che sposta il focus dal piano delle opinioni a quello dei fatti. Non si giudica il pensiero, insomma, ma l’azione concreta e le sue conseguenze. E le conseguenze, in questa inchiesta, sono la falsificazione di atti pubblici e l’interruzione di un servizio, reati che poco hanno a che fare con la libertà di coscienza e molto con l’abuso del proprio ruolo.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.