Il ritorno di Schwazer, la fuga con i migliori e poi lo stop dei giudici: la mezza maratona di marcia finisce con un ritiro

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’era una volta, e forse c’è ancora, un campione olimpico che a quarantuno anni suonati ha deciso di rimettersi in gioco sulla distanza, peraltro inedita per il panorama internazionale, della mezza maratona di marcia. Alex Schwazer, l’oro di Pechino 2008, si è presentato ai blocchi di partenza dei campionati italiani disputati ad Alessandria con un numero pettorale e con quella voglia di misurarsi che, come aveva raccontato lui stesso a settembre in un’intervista, gli permette di dare un senso agli allenamenti quotidiani, quelli che concilia con il lavoro di preparatore atletico e la collaborazione con il Südtirol, la squadra di calcio di Serie B. Accanto a lui, a bordo strada, c’erano i suoi ultimi mentori: Sandro Donati, con il cronometro in mano e lo sguardo attento di chi quella tecnica la conosce palmo a palmo, e Domenico Pozzovivo, l’ex ciclista che da qualche mese segue la sua preparazione, una curiosa e affiatata coppia che somma ottantadue primavere e una montagna di esperienza.

La gara, quella dei 21,097 chilometri, ha visto Schwazer inserirsi immediatamente nel vivo dell’azione, tanto che la preoccupazione di Donati, espressa chiaramente a Pozzovivo prima della partenza con un "Gli hai detto di non farsi trascinare? Di partire prudente?", nasceva proprio dalla consapevolezza che l’allievo non sa accontentarsi. E difatti, per tre quarti di gara, il marciatore altoatesino ha retto il passo dei battistrada, ovvero i due finanzieri Riccardo Orsoni, poi risultato vincitore, e Gianluca Picchiottino, incollato a loro con una falcata che sembrava poter impensierire seriamente i favoriti. La testa della corsa era un affare tra loro tre, e Schwazer, che non disputava un campionato italiano da quattordici anni, era lì, a dettare il ritmo, quasi a voler dimostrare che il tempo trascorso e le vicende giudiziarie non avevano scalfito la sostanza atletica.

Poi, però, è arrivato il momento in cui la tecnica, quel tallone d’Achille della marcia, ha preso il sopravvento. I giudici di gara, preposti a vigilare sulla correttezza del passo, hanno cominciato a sanzionare il suo stile, giudicato troppo sbilanciato in avanti e con una fase di sospensione non conforme. Attorno al quindicesimo chilometro, dopo ripetuti richiami, è scattata la seconda penalità, quella che comporta una sosta forzata di tre minuti. Schwazer ha rispettato lo stop, è ripartito, ma la testa della corsa era ormai lontana, e il podio, pur tecnicamente ancora raggiungibile, non rappresentava un obiettivo sufficiente. Per un atleta abituato a lottare per il gradino più alto, per la vittoria, un terzo posto sarebbe stato soltanto una magra consolazione, una medaglia senza la soddisfazione della lotta vera. Così, poco dopo, è giunto il ritiro.

L’analisi a caldo di Sandro Donati è stata lucidissima: ha spiegato come il suo ex atleta viaggiasse con un’azione di pura potenza, poco fluida, e che se avesse semplicemente rallentato, amministrando le energie e le penalità, avrebbe potuto chiudere sul podio. Ma la mentalità dei campioni, quella che ti spinge a osare e a non gestire, è la stessa che gli ha impedito di accontentarsi di una piazza d’onore. A nulla è valsa la spinta emotiva, perché Schwazer aveva dedicato questa gara alla memoria dell’amico Hubert Rabensteier, scomparso improvvisamente a cinquantasei anni, una figura a lui molto vicina. E proprio per onorarlo, come ha dichiarato successivamente, era partito con l’intenzione di vincere, di attaccare nel finale; invece, l’interruzione per la penalità gli ha tolto la possibilità di giocarsi le sue carte.

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