L’sms anonimo sui cellulari degli iraniani e l’avvertimento di Mosca: la crisi si infiamma alla vigilia del vertice di Ginevra

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre Teheran si prepara al nuovo round di colloqui nucleari in programma giovedì a Ginevra, la tensione con gli Stati Uniti ha raggiunto livelli tali da far scattare un allarme preventivo da parte della Russia e da innescare fenomeni inquietanti sul fronte interno iraniano. Il viceministro degli Esteri russo, Dmitry Lyubinsky, intervenendo a una riunione del Gruppo degli amici in difesa della Carta delle Nazioni Unite, ha lanciato un appello diretto a Washington e ai suoi alleati affinché rinuncino a qualsiasi piano di attacco contro gli impianti nucleari civili dell’Iran -1. Una richiesta, quella di Mosca, che arriva in un contesto di ferventi attività diplomatiche ma anche di chiari movimenti militari, con la portaelicotteri Gerald R. Ford che ha fatto rotta verso le coste israeliane, incrementando ulteriormente la percezione di un’escalation ormai prossima -2.

A complicare il quadro, già di per sé incandescente, ci si è messo un episodio di comunicazione anonima e capillare che ha gettato nello sconcerto la popolazione iraniana. Nella giornata di lunedì, migliaia di cittadini hanno ricevuto sui propri telefoni cellulari un messaggio di testo in lingua farsi, la cui origine rimane avvolta nel mistero, in cui si leggeva che “Il presidente degli Stati Uniti è un uomo d’azione” e che non restava che “aspettare e vedere” -2-9. Sebbene non vi sia stata alcuna rivendicazione ufficiale né un riscontro tecnico indipendente che possa chiarire chi si celi dietro l’iniziativa, l’effetto psicologico è stato immediato, alimentando un clima di attesa e timore in un paese già scosso da proteste e da una repressione che, secondo recenti rapporti, avrebbe portato a migliaia di arresti e decine di condanne a morte -6-10.

Sul fronte opposto, la posizione dell’amministrazione Trump sembra mantenersi su una linea di ambiguità calcolata, fatta di pressioni e minacce velate. Fonti del New York Times hanno rivelato come il presidente stia effettivamente valutando l’ipotesi di un’azione militare circoscritta, un attacco mirato che potrebbe avere come obiettivi il quartier generale dei Pasdaran o alcuni siti sensibili del programma nucleare e missilistico -3-7. L’obiettivo dichiarato, nelle intenzioni dei consiglieri, sarebbe quello di dimostrare ai leader iraniani la serietà delle intenzioni americane, spingendoli ad accettare di rinunciare definitivamente alla capacità di sviluppare un’arma atomica. Una strategia che, tuttavia, si scontra con la ferma replica di Teheran: il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, è stato categorico nel sostenere che non esiste un attacco limitato, e che qualsiasi aggressione, anche chirurgica, verrebbe considerata un atto ostile a tutti gli effetti, innescando una risposta decisiva -2-3.

Il nodo della successione e la sopravvivenza del regime

Mentre gli occhi del mondo sono puntati sui movimenti delle portaerei e sui messaggi anonimi, all’interno dei palazzi del potere iraniano si sta consumando una partita silenziosa ma forse ancor più cruciale per il futuro del paese. Il New York Times ha infatti ricostruito come la Guida Suprema, Ali Khamenei, abbia impartito direttive precise per gestire uno scenario di guerra e, soprattutto, per blindare la successione al vertice dello Stato in caso di attacco o di collasso interno -4-8. Con la consapevolezza che l’età e le minacce esterne rendono concreta l’ipotesi di un vuoto di potere, Khamenei avrebbe promosso Ali Larijani, veterano della politica e già capo dei Pasdaran, a un ruolo di supervisore per la continuità istituzionale.

A Larijani, che di fatto opererebbe come una sorta di “presidente ombra”, sarebbe stata affidata la gestione non solo dei delicati negoziati con l’Occidente, ma anche del fronte interno, inclusa la dura repressione del dissenso che nelle ultime settimane ha visto gli studenti tornare a manifestare in diverse università, con slogan durissimi come “Morte al dittatore” -4. La mossa di Khamenei, che avrebbe anche stabilito una catena di comando a più livelli per le cariche militari e governative, rivela quanto la leadership iraniana percepisca il pericolo come imminente e quanto stia lavorando per garantire la sopravvivenza della Repubblica Islamica al di là della figura fisica della Guida Suprema.

L’ultimo miglio diplomatico prima della tempesta

Proprio mentre questi preparativi per lo scenario peggiore prendono forma, i canali diplomatici restano formalmente aperti, con l’appuntamento di Ginevra che si configura come l’ultimo baluardo prima di un possibile conflitto. L’Oman, che spesso ha svolto un ruolo di mediatore, ha confermato l’incontro tra rappresentanti americani e iraniani, un negoziato che il portavoce del Comitato per la sicurezza nazionale del Parlamento di Teheran, Ebrahim Rezaei, ha definito un “test per Trump”, dal quale si capirà se i soldati americani “andranno all’inferno o torneranno in America” -7.

Un linguaggio, quest’ultimo, che lascia poco spazio a interpretazioni ottimistiche e che si inserisce in un più ampio scenario di rafforzamento militare. Oltre alla Gerald R. Ford, gli Stati Uniti hanno già dispiegato in Medio Oriente decine di caccia e due gruppi d’attacco di portaerei, una mobilitazione che difficilmente può essere letta come un semplice esercizio di dissuasione -5. La palla, ora, passa alla diplomazia: giovedì si capirà se l’sms anonimo e le minacce di Trump erano solo un avvertimento o il preludio a un’azione che, ne sono convinti sia a Mosca che a Teheran, rischierebbe di incendiare un’intera regione.

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