Il capo della Cia a Mosca: un viaggio che sa di avvertimento
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Redazione Esteri
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La visita lampo del direttore della Cia, John Ratcliffe, nella capitale russa si è consumata nel giro di poche ore, eppure il suo eco si sta propagando ben oltre i confini del Cremlino. Mentre le cancellerie di mezzo mondo cercano di decifrare le reali intenzioni di questo faccia a faccia ad alto rischio, l’analista Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa, offre una chiave di lettura che getta un’ombra inquietante sugli scenari futuri del conflitto ucraino.
Il viaggio, ufficialmente giustificato come un contatto “tra i servizi segreti”, potrebbe nascondere ragioni ben più preoccupanti di un semplice tentativo di mediazione.
Secondo quanto ricostruito, l’aereo militare statunitense è atterrato a Mosca martedì 25 agosto, per poi ripartire poche ore dopo. Una rapidità che ha stupito gli stessi osservatori russi, tanto che il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, inizialmente aveva negato ogni conoscenza dell’evento, salvo poi confermare l’incontro a cose fatte.
La domanda che tutti si pongono, e che Gaiani rilancia con forza, riguarda il vero oggetto del colloquio: non la solita, stanca liturgia diplomatica, ma la possibilità di un avvertimento diretto e senza mezzi termini a Mosca.
Il “punto di non ritorno” e le armi non convenzionali
L’ipotesi avanzata dall’analista è che Washington stia cercando di tastare il polso al Cremlino per capire quanto sia vicino il fatidico “punto di non ritorno”. Le sempre più potenti forniture di armi occidentali a Kiev, dai missili Storm Shadow agli Scalp, fino all’autorizzazione a colpire in profondità il territorio russo, hanno di fatto alzato una posta che Mosca potrebbe decidere di saldare con un’escalation imprevedibile. “Il vero rischio”, avverte Gaiani, citato da fonti di stampa, “è un’accelerazione militare di Mosca”.
Un’accelerazione che potrebbe concretizzarsi, secondo alcuni analisti, nel ricorso a sistemi d’arma non convenzionali, una prospettiva che getta un’ombra sinistra sul futuro del conflitto.
Non è un caso che il viaggio di Ratcliffe giunga in un momento di massima tensione, con l’Ucraina che ha aggiornato la sua lista di obiettivi prioritari per i raid in profondità nella Federazione Russa. Kiev colpisce ormai stabilmente raffinerie, depositi di munizioni e infrastrutture logistiche a centinaia di chilometri dal confine. Allo stesso tempo, Mosca si preparerebbe a rispondere con “attacchi massicci” contro il sistema energetico ucraino.
In questo contesto di reciproca escalation, la missione del capo della Cia assume i contorni di un estremo tentativo di porre un argine, di tracciare una linea rossa che nessuno dei due contendenti dovrebbe varcare.
Un messaggio per Putin, al di là del protocollo
Seppur Peskov abbia negato un incontro diretto tra Ratcliffe e il presidente Vladimir Putin, specificando che il leader russo è stato “aggiornato” sui contenuti del colloquio, il valore simbolico e sostanziale della visita è innegabile. La scelta di inviare il capo dell’intelligence estera americana, e non un inviato speciale, parla da sé: si è voluto parlare il linguaggio della forza e della deterrenza, quello che i servizi segreti conoscono meglio.
La presenza a Mosca, già vista in passato come nel 2021 con l’allora direttore Burns per prevenire un’escalation che poi puntualmente scoppiò, rappresenta un segnale che il presidente americano, Donald Trump, ha definito “semi-routine”, ma che nessuno, a Mosca o a Kiev, ha preso alla leggera.
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