Stellantis porta su strada le batterie allo stato solido, i test partono da una Dodge Charger Daytona
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Redazione Economia
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C’è un momento, nella corsa all’elettrificazione, in cui le promesse dei laboratori devono misurarsi con l’asfalto. E Stellantis, che di questa transizione è uno dei protagonisti più ingombranti, ha deciso che quel momento è arrivato anche per la tecnologia più attesa del decennio: le batterie allo stato solido. Il gruppo ha annunciato l’avvio ufficiale dei test su strada di un veicolo sperimentale, una Dodge Charger Daytona, equipaggiato con le celle FEST (Factorial Electrolyte System Technology) sviluppate insieme all’americana Factorial Energy.
Non si tratta, va detto, di un prototipo da salone o di un esercizio di stile ingegneristico; la vettura – prima integrazione del genere in Nord America – circola già, raccogliendo dati preziosi su prestazioni, sicurezza e affidabilità in condizioni d’uso reali.
La scelta del modello, peraltro, non è affatto casuale, e proprio qui si annida una di quelle contraddizioni che rendono affascinante – e talvolta crudele – il mestiere di chi racconta l’industria.
La Charger Daytona, prima muscle car completamente elettrica della storia, sta vivendo una fase tutt’altro che trionfale sul mercato statunitense: nel 2025 ne sono state consegnate 7.421, ma il dato che fa tremare i polsi è quello degli ultimi trimestri, con 346 vetture nel quarto periodo dello scorso anno e appena 240 nei primi tre mesi del 2026. Un crollo verticale, se si pensa che solo due anni prima, a inizio 2023, Dodge vendeva oltre 33.000 esemplari tra Charger e Challenger.
Ecco quindi che questa piattaforma, nata sotto una cattiva stella commerciale, si trasforma in un banco di prova ideale per una tecnologia che, nelle intenzioni, dovrà rivoluzionare il settore.
La scommessa (ingegneristica) delle celle allo stato solido
Ma veniamo al cuore tecnico della vicenda, perché il salto di qualità rispetto al passato è sostanziale. Finora, lo sviluppo delle batterie allo stato solido – considerate il Santo Graal dell’auto elettrica per la loro promessa di densità energetiche superiori e tempi di ricarica fulminei – era rimasto confinato per lo più ai laboratori o a pochi test su componenti isolati.
Ora, grazie al lavoro congiunto degli ingegneri di Stellantis e di Factorial, quelle celle sono state integrate in un pacco batterie funzionante, utilizzando un’architettura meccanica brevettata progettata appositamente dal costruttore per esaltarne le caratteristiche.
E i numeri, va riconosciuto, fanno davvero impressione: le celle FEST vantano una densità energetica di 375 Wh/kg, sono in grado di passare dal 15 al 90 per cento di carica in soli 18 minuti e funzionano senza affanni in un intervallo termico che va dai -30 ai 45 gradi centigradi.
Si tratta, è bene chiarirlo, di un veicolo di sviluppo, non di un modello in produzione. Ma il programma – che rientra in una strategia più ampia già annunciata lo scorso anno – prevede ora una fase di rodaggio e calibrazione su strada che permetterà di verificare se quelle performance da record tengono sotto i colpi delle sconnessioni urbane, degli stili di guida più disparati e delle sollecitazioni termiche reali.
Come ha spiegato Ned Curic, responsabile della tecnologia e dell’ingegneria per Stellantis, lo sviluppo di una batteria è un atto di equilibrio: non basta ottimizzare un singolo parametro, serve un sistema che funzioni nell’abitacolo di una macchina vera. E la compatibilità della tecnologia FEST con i processi produttivi attuali delle litio-ioni, ha aggiunto, offre un percorso critico per scalare questa soluzione su larga scala, un dettaglio non da poco per un gruppo che produce milioni di veicoli all’anno.
Una partnership che guarda al futuro (senza dimenticare il presente)
L’intesa con Factorial, va ricordato, non è nuova: la società con sede in Massachusetts è già partner strategico di diversi colossi mondiali, tra cui Mercedes-Benz, Hyundai e Kia, e la sua recente quotazione al Nasdaq (con lo stock ticker FAC) ne ha sottolineato le ambizioni industriali. Tuttavia, l’integrazione fisica delle celle in una piattaforma STLA Large – quella che sotto il cofano della Charger diventa un laboratorio viaggiante – rappresenta un passaggio obbligato e finora mancante per convalidare la tecnologia in vista di una futura produzione.
Non ci sono, al momento, indicazioni precise su quando vedremo le prime auto di serie con questa alimentazione, ma i vertici aziendali sottolineano che il lavoro svolto sugli adattamenti dei sistemi di controllo e del design del pacco batterie è servito proprio a rispettare i severi standard di durabilità e sicurezza richiesti dall’automotive.
In un contesto dove le vendite di auto puramente elettriche mostrano segni di stanchezza e dove la stessa Charger Daytona cerca di riconvertire il suo insuccesso americano in un potenziale rilancio sul mercato europeo (dove il modello arriverà anche in versione termica Sixpack), questa scommessa sullo stato solido rappresenta un cambio di passo netto.
Non è più il tempo delle slide nei convegni o degli annunci roboanti: il futuro delle batterie, se mai arriverà, passerà ora attraverso i chilometri che questa Dodge percorrerà silenziosamente – e forse anche un po’ disperatamente – sulle strade del Nord America.




