La detenuta di Bollate che non ha fatto rientro dopo il permesso: aveva ucciso un'anziana nel 2011
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Redazione Interno
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Le ricerche sono scattate immediatamente, allo scadere dell’orario previsto per il rientro in carcere, quando ci si è accorti che Alba Leonor Sevillano Zambrano, 42enne di origine ecuadoriana, non aveva ottemperato all’obbligo di presentarsi alla casa di reclusione di Bollate, dove stava scontando una condanna per omicidio. Della sua mancata rientrata, avvenuta al termine di un permesso premio concessole nell’ambito del regime di detenzione attenuata, ne ha dato notizia Matteo Savino, vicesegretario regionale della Lombardia per il Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, innescando così la macchina delle ricerche che ora coinvolge la polizia penitenziaria su più fronti -1-4.
La fuga della donna, che aveva ancora da scontare diversi anni di reclusione visto che il termine della pena era stato fissato al 2032, riporta d’attualità una vicenda giudiziaria risalente a quindici anni fa e che aveva scosso il quartiere Bonola a Milano. Fu proprio lì, nell’ottobre del 2011, che Sevillano Zambrano, all’epoca ventisettenne e incinta, conobbe Franca Monfrini, l’anziana di 81 anni che abitava nello stesso stabile dei genitori del suo allora compagno, un uomo italiano con cui aveva una relazione -3-6. Offrendosi di aiutarla a portare la spesa, riuscì a entrare nell’appartamento della pensionata; fu a quel punto che, secondo la ricostruzione processuale, la vittima la scoprì mentre frugava nella borsa alla ricerca di denaro. La reazione dell’anziana, che minacciò di riferire tutto al fidanzato, scatenò una reazione omicida: la giovane ecuadoriana la strangolò con il foulard che indossava e, per essere certa di averla sopraffatta, le premette un cuscino sul volto fino a soffocarla -8.
Il furto del bancomat e gli elementi che portarono alla sua identificazione
Dopo aver ucciso Franca Monfrini, Sevillano Zambrano non si limitò a quello che la stessa donna, in sede di confessione, definì un raptus conseguente alla paura di essere scoperta; si impossessò infatti del bancomat e delle chiavi di casa, prelevando nei giorni successivi circa duemila euro in diverse filiali bancarie, con operazioni da cinquecento euro ciascuna -2-7. Furono proprio quei prelievi, incrociati con i filmati di sorveglianza degli istituti di credito, a fornire agli investigatori della squadra mobile gli elementi per individuarla: nonostante avesse cambiato taglio di capelli per eludere i controlli, venne riconosciuta e fermata su un autobus, portando così alla luce un delitto che all’inizio appariva inspiegabile -5-9.
Da circa tre anni, stando a quanto riferito dal sindacato Sappe, la detenuta usufruiva regolarmente di permessi e di misure alternative, in particolare del cosiddetto articolo 21 che consente attività lavorative all’esterno del carcere, e il suo comportamento durante questi periodi era stato giudicato positivamente dall’amministrazione penitenziaria, tanto da non far presagire un epilogo di questa natura. La scelta di non fare rientro, come sottolineato da Matteo Savino nel diramare la notizia, rappresenta senza dubbio un atto di grave irresponsabilità, ma la valutazione dell’istituto dei permessi premio, uno strumento previsto dall’ordinamento per favorire il reinserimento, non può essere messa in discussione sulla base di un singolo episodio, per quanto eclatante -4. La priorità, in queste ore, rimane quella di rintracciare la 42enne, le cui tracce si sono perse nel nulla subito dopo la scadenza del beneficio concessole.




