L’Iran chiede garanzie per porre fine alla guerra, Pezeshkian: “Volontà necessaria” ma Trump prende tempo
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Redazione Esteri
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A poco più di un mese dall’inizio del conflitto che vede Stati Uniti e Israele impegnati in operazioni militari contro l’Iran, la possibilità di una tregua si scontra con un nodo cruciale: le condizioni poste da Teheran. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, in una conversazione telefonica con il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, ha ribadito che il suo Paese possiede la “volontà necessaria” per interrompere le ostilità, ma ha subordinato questo passo all’ottenimento di precise garanzie. Non si tratta, nelle parole del capo di Stato iraniano, di un semplice cessate il fuoco – che il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha escluso in un’intervista ad Al Jazeera – bensì della “fine completa della guerra”, un obiettivo che richiede, per essere perseguito, la certezza che non si ripetano le aggressioni subite.
Le condizioni iraniane e il ruolo dell’Europa come cassa di risonanza
La telefonata con Costa, resa nota da una dichiarazione dell’ufficio di Pezeshkian, ha rappresentato l’ennesimo tentativo di Teheran di spostare il baricentro diplomatico su un terreno più solido rispetto alla semplice sospensione dei combattimenti. “Possediamo la volontà necessaria a porre fine a questo conflitto, a condizione che siano soddisfatte le condizioni essenziali, in particolare le garanzie necessarie per evitare il ripetersi dell’aggressione”, ha dichiarato Pezeshkian, incapsulando in poche parole una strategia che mira a trasformare un’eventuale tregua in un accordo strutturale. Il ministro Araghchi, dal canto suo, ha ulteriormente specificato i termini della posizione iraniana, parlando – oltre che delle garanzie – anche della necessità di un risarcimento per i danni subiti. Una richiesta, quest’ultima, che eleva il livello della posta in gioco, spostando il discorso dal piano militare a quello della responsabilità materiale per le conseguenze del conflitto.
Sul campo nuovi raid e l’ombra dello Stretto di Hormuz
Mentre le diplomazie si muovono su binari paralleli, la realtà dei fatti continua a imporre il suo ritmo. L’esercito israeliano ha reso noto di aver intercettato missili lanciati dall’Iran, con le sirene antimissile che hanno risuonato a Gerusalemme e con esplosioni udite in diverse aree. Un contesto di tensione costante, in cui la Casa Bianca sembra giocare una partita di pazienza. Il presidente degli Stati Uniti, che ora siede nuovamente alla guida del paese, avrebbe fatto sapere ai suoi collaboratori di essere disposto a concludere la campagna militare contro l’Iran anche a fronte di un quadro parzialmente irrisolto. In particolare, l’amministrazione Trump valuterebbe l’ipotesi di chiudere la fase attuale delle operazioni lasciando in sospeso la situazione dello Stretto di Hormuz, la via d’acqua cruciale per i rifornimenti energetici mondiali, il cui ripristino sarebbe rinviato a una fase successiva.
Canali aperti tra Teheran e Washington, ma senza negoziati ufficiali
A complicare ulteriormente il quadro, emergono dettagli sui contatti indiretti tra le due capitali. Il ministro Araghchi ha confermato di ricevere messaggi dall’inviato statunitense Steve Witkoff, ma ha tenuto a precisare che l’esistenza di questo canale di comunicazione non equivale all’apertura di negoziati formali con Washington. Una distinzione sottile ma significativa, che riflette la volontà di Teheran di non apparire in una posizione di debolezza mentre cerca di definire i termini per uscire dal conflitto. La richiesta di garanzie, del resto, nasce proprio dalla necessità di evitare che un eventuale accordo si riveli fragile o venga interpretato dall’altra parte come una resa incondizionata.




