L’aumento dell’Opec è una goccia nel mare di Hormuz

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La decisione, giunta al termine di una riunione virtuale tenutasi domenica, vede otto dei principali Paesi produttori – ossia Arabia Saudita, Russia, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman – impegnarsi ad aumentare le proprie quote di estrazione. Un incremento, pari a 206.000 barili al giorno (bpd) a partire da maggio, che sulla carta dovrebbe alleviare la pressione sui listini; nella pratica, tuttavia, rischia di rivelarsi del tutto irrisorio. La ragione è tanto semplice quanto drammatica: lo stesso conflitto che rende necessario l’aumento, ovvero la paralisi dello Stretto di Hormuz, ne impedisce di fatto l’attuazione. La chiusura di questa arteria vitale – attraverso la quale transita abitualmente circa un quinto del petrolio mondiale – ha infatti interrotto le esportazioni proprio da quei Paesi del Golfo, come l’Arabia Saudita e gli Emirati, che sarebbero gli unici in possesso di una capacità significativa per espandere l’output.

L’ultimatum di Trump e l’ombra dei crimini di guerra

A gettare benzina sul fuoco, in questo scenario già incandescente, sono state le dichiarazioni del presidente americano, Donald Trump, che ha lanciato un vero e proprio ultimatum a Teheran. Le sue parole, pubblicate domenica sulla piattaforma Truth Social con un tono volutamente sopra le righe (“Aprite quel maledetto Stretto, pazzi bastardi, oppure vivrete all’inferno”), hanno spiazzato persino gli osservatori più attenti. Trump ha fissato una scadenza – martedì sera – per la riapertura della rotta, minacciando altrimenti attacchi totali contro le infrastrutture energetiche iraniane. “Martedì sarà il giorno delle centrali elettriche e dei ponti, tutto insieme”, ha scritto, ipotizzando la distruzione sistematica di ciò che garantisce la vita civile a 93 milioni di persone. Queste dichiarazioni, riportate in dettaglio dalla stampa internazionale, hanno immediatamente sollevato un vespaio di polemiche legali: esperti come Brian Finucane, ex consulente del Dipartimento di Stato, hanno avvertito che minacciare di radere al suolo tutte le centrali elettriche senza distinzione tra obiettivi militari e civili potrebbe configurare a tutti gli effetti una minaccia di crimini di guerra.

Un paradosso petrolifero che fa impennare i prezzi

Il risultato di questa miscela esplosiva – composta da un conflitto che blocca le navi e da un aumento della produzione puramente teorico – si è visto immediatamente sui mercati. In apertura di settimana, il Wti ha sfondato quota 113 dollari al barile, segnando un progresso del 2%, mentre il Brent si è attestato sopra i 110 dollari. Si tratta di un paradosso solo apparente: i mercati hanno capito che il modesto incremento concordato dall’Opec+, rappresentando meno del 2 per cento dell’offerta giornaliera interrotta dalla crisi di Hormuz, non è assolutamente in grado di invertire la tendenza. Anzi, l’annuncio ha paradossalmente messo a nudo la fragilità del sistema, confermando che la maggior parte dei membri del cartello – inclusi Russia e Kazakistan – non ha la capacità fisica di sopperire al vuoto lasciato dai quattro Paesi del Golfo rimasti bloccati. Le stime parlano di un’interruzione compresa tra i 12 e i 15 milioni di barili al giorno, il più grande shock energetico mai registrato.

La trappola di Hormuz e i vincoli geografici

La decisione di aumentare la produzione, sebbene tecnicamente in linea con il graduale ritiro dai tagli volontari, rischia quindi di rimanere lettera morta, trasformandosi in un palese paradosso. L’Iraq, il Kuwait e il Qatar – quest’ultimo non tra i firmatari dell’aumento ma ugualmente colpito – hanno visto i loro ricavi crollare di oltre il 70% a marzo proprio a causa dell’impossibilità di far attraversare le petroliere. Al contrario, Paesi come l’Oman o l’Arabia Saudita, pur subendo una flessione dei volumi, hanno parzialmente aggredito il blocco utilizzando oleodotti alternativi (come il collegamento Est-Ovest saudita verso Yanbu sul Mar Rosso), riuscendo a incassare plusvalenze grazie al balzo dei prezzi. Un meccanismo perverso, quindi, dove il blocco sta generando vincitori e vinti anche all’interno della stessa alleanza. Per i consumatori italiani, che guardano con preoccupazione le pompe di benzina, la realtà è una sola: fino a quando la rotta di Hormuz non sarà nuovamente sicura, qualsiasi annuncio di增产 resta un esercizio di stile, incapace di scalfire la corsa del greggio.

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