Lo Stretto di Hormuz e quell’intervento senza precedenti dell’Aie per scongiurare il collasso

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il blocco dello Stretto di Hormuz, di fatto, non è più soltanto uno scenario da manuale di geopolitica, ma una realtà con cui i mercati e i governi stanno facendo i conti ora. La decisione, assunta all’unanimità dai 32 paesi membri dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, di immettere sul mercato 400 milioni di barili di petrolio provenienti dalle riserve strategiche rappresenta, per dimensioni e tempestività, un intervento senza precedenti nella storia dell’ente. Un tentativo, questo, di arginare gli effetti di una crisi che ha visto il traffico di petroliere nel braccio di mare più conteso del pianeta crollare a meno del dieci per cento dei livelli precedenti alle ostilità, con conseguenze immediate sui prezzi del greggio e, a cascata, sull’intera economia globale.

Il peso di un’arteria globale e la risposta delle riserve

Per comprendere la portata dello shock, bastano pochi dati: attraverso quel sottile tratto d’acqua, che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman, transita normalmente circa un quinto del petrolio mondiale, qualcosa come venti milioni di barili al giorno, oltre a una quota significativa di gas naturale liquefatto. La sua chiusura, anche solo parziale, non è un semplice intoppo logistico ma l’equivalente di un’ostruzione dell’aorta dell’energia mondiale. I paesi dell’Aie, dall’annuncio del direttore esecutivo Fatih Birol, hanno risposto con un’azione coordinata che supera persino i 182 milioni di barili rilasciati dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, con l’obiettivo dichiarato di compensare l’offerta persa e calmierare le quotazioni che avevano toccato picchi vicini ai 120 dollari al barile nei giorni precedenti.

La distribuzione di questi barili, come spiegato dall’Agenzia, avverrà con tempistiche differenziate, adattate alle necessità dei singoli stati membri, e in alcuni casi sarà affiancata da misure aggiuntive. La Germania, per esempio, ha già comunicato che metterà a disposizione circa 2,4 milioni di tonnellate delle proprie riserve, mentre il Giappone ha annunciato un rilascio autonomo a partire dalla prossima settimana, segnale, questo, di quanto l’allarme sia percepito in modo acuto soprattutto nelle economie fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche. Tuttavia, come ha avuto modo di precisare lo stesso Birol, l’immissione di queste scorte è un palliativo, un argine per guadagnare tempo: l’elemento davvero cruciale per un ritorno alla normalità dei flussi resta e resterà la riapertura dello Stretto e la fine delle ostilità.

Gli effetti a catena su prezzi, trasporti e produzioni

Le conseguenze della chiusura non si limitano, però, alla sola quotazione del greggio. Il blocco ha innescato un terremoto a catena che sta investendo il settore dei trasporti marittimi, con colossi della logistica come Maersk costretti a sospendere i transiti e a deviare le proprie navi attorno al Capo di Buona Speranza, con inevitabili ritardi e aumenti dei costi operativi. A Singapore, hub nevralgico per i rifornimenti, il prezzo del carburante per aerei è più che raddoppiato, passando da 90 a circa 200 dollari al barile, un’impennata che mette sotto pressione l’intera filiera dell’aviazione civile. Nel Golfo Persico, intanto, si contano centinaia di navi ferme o in attesa, con il Kuwait che ha iniziato a ridurre la produzione in alcuni giacimenti per l’esaurimento della capacità di stoccaggio, mentre in Iraq e nella stessa Arabia Saudita si registrano tagli alla produzione e alla raffinazione.

Sul fronte del gas, la situazione non è meno preoccupante. Il Qatar, tra i maggiori esportatori mondiali di Gnl, ha dovuto sospendere le operazioni in uno dei suoi siti principali, e il ministro dell’Energia ha lanciato un avvertimento che ha gelato i mercati: se il conflitto dovesse protrarsi, tutti gli esportatori del Golfo potrebbero essere costretti a dichiarare la forza maggiore, una clausola che consentirebbe loro di interrompere le consegne contrattuali senza penali, con il rischio concreto di far schizzare le quotazioni del greggio verso quota 150 dollari al barile nelle prossime settimane. Uno scenario, questo, che farebbe da volano a una nuova ondata inflazionistica, con l’Europa, e l’Italia in particolare, che secondo le analisi di Oxford Economics risulterebbe tra le economie avanzate più esposte a causa della forte dipendenza dalle importazioni e della struttura della propria bilancia energetica.

Le rotte alternative e la posizione degli Stati Uniti

In questo quadro di turbolenza, si stanno muovendo anche rotte alternative, sebbene con capacità limitate. L’Arabia Saudita, come spiegato in una analisi dell’esperto Amit Mor, ha riattivato il vecchio oleodotto Est-Ovest che attraversa la penisola arabica, un’infrastruttura in grado di trasportare circa cinque milioni di barili al giorno dal Golfo Persico al Mar Rosso, aggirando di fatto lo Stretto. A questa si aggiunge l’oleodotto degli Emirati Arabi Uniti che collega i campi petroliferi al porto di Fujairah, sul Golfo di Oman, con una capacità di circa due milioni di barili. Una combinazione, questa, che potrebbe in parte mitigare l’emergenza, ma che non rappresenta una soluzione strutturale e che espone i paesi del Golfo a possibili ritorsioni.

Dall’amministrazione Trump, intanto, filtra un cauto ottimismo. Il Segretario degli Interni Doug Burgum ha definito l’interruzione dei transiti come un problema temporaneo, assicurando che l’obiettivo rimane quello di riportare la stabilità attraverso la diplomazia e, se necessario, utilizzando ulteriormente le riserve nazionali. Fonti vicine alla Casa Bianca, citate da Politico e riprese da Adnkronos, ritengono di poter gestire un eventuale rialzo dei prezzi per tre o quattro settimane senza modificare la strategia militare, anche se l’impennata registrata nei giorni scorsi ha sorpreso non poco lo staff presidenziale. Una posizione attendista, la loro, che cerca di bilanciare la necessità di contenere l’inflazione con gli obiettivi geopolitici del conflitto, ma che lascia aperte molteplici variabili in un’equazione, quella energetica, che rimane terribilmente instabile.

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