Lo stretto di Hormuz e il ricatto energetico dell’Iran: cosa rischiano petrolio e gas

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Se l’Iran decidesse di chiudere lo stretto di Hormuz, le conseguenze per i mercati energetici globali sarebbero immediate e devastanti. Quel braccio di mare, largo appena 33 chilometri nel punto più stretto, è infatti il crocevia attraverso cui transita ogni giorno quasi un quinto del petrolio mondiale, oltre a ingenti quantitativi di gas naturale liquefatto. Una mossa del genere, già paventata più volte da Teheran in passato, rappresenterebbe un’arma di pressione senza precedenti contro i Paesi occidentali, in particolare quelli che sostengono Israele nel conflitto mediorientale.

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, ha sottolineato come l’Italia, pur non subendo carenze quantitative, sia già esposta all’impennata dei prezzi delle materie prime. «C’è sempre preoccupazione quando scoppia una guerra», ha dichiarato, ricordando che i conflitti innescano spesso speculazioni sui mercati. Un timore condiviso dagli operatori del settore: Marco Simonetti, amministratore di una rete di distributori tra Marche, Umbria e Abruzzo, conferma rincari dell’8% sui carburanti e del 5% sul gas, con effetti che si ripercuoteranno presto sui consumatori.

Ma perché lo stretto di Hormuz è così cruciale? Oltre a essere un simbolo storico – già Marco Polo ne decantava la ricchezza – oggi è il principale corridoio per il trasporto marittimo di idrocarburi, con circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno diretti verso Europa, Asia e Stati Uniti. Se Teheran optasse per il blocco, i prezzi del greggio potrebbero raggiungere livelli record, con ripercussioni sull’inflazione globale.

Il nodo, però, è politico. L’Iran, isolato a livello internazionale, ha bisogno del sostegno di Russia e Cina per mantenere una posizione di forza. Mosca e Pechino, da parte loro, potrebbero vedere in questa crisi un’opportunità per indebolire l’Occidente, ma al tempo stesso sono consapevoli che un’escalation eccessiva danneggerebbe anche i loro interessi economici. Intanto, i governi europei e quelli arabi sunniti continuano a invocare la de-escalation, mentre la minaccia di un’ulteriore destabilizzazione del mercato energetico rimane concreta.

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