Dai proclami ai fatti, l’Unione prova a ridisegnare la propria competitività

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il castello di Alden Biesen, immerso nella campagna belga, ha fatto da sfondo a un confronto che dovrebbe segnare il passaggio dalle parole ai fatti per l’economia europea. I capi di Stato e di governo dei Ventisette, riunitisi in un ritiro informale voluto dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, hanno messo al centro dell’agenda il rilancio della competitività, tema diventato ormai cruciale in un contesto geopolitico che vede il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti e le conseguenti pressioni commerciali oltreoceano -2-8. L’obiettivo dichiarato, come emerso dalle dichiarazioni al termine dell’incontro, è quello di tradurre in azioni concrete le indicazioni contenute nei rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta, presenti ai lavori per stimolare il dibattito -4.

L’ipotesi di un’Europa a geometrie variabili per superare lo stallo

Di fronte alla difficoltà di procedere spediti all’unanimità su riforme complesse, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha riaperto il cassetto degli strumenti previsti dai Trattati. L’ipotesi di ricorrere alla cooperazione rafforzata, meccanismo introdotto con il Trattato di Amsterdam del 1997, è stata evocata come una strada percorribile per non rimanere intrappolati nei veti incrociati. In pratica, un gruppo di almeno nove Stati membri potrebbe decidere di accelerare l’integrazione in specifici settori, dall’energia agli appalti, creando di fatto un mercato unico a «geometrie variabili» dove chi è pronto va avanti, senza attendere chi esita. Questa opzione, considerata un «piano B» dalla stessa von der Leyen, ha trovato sponda nelle parole del presidente francese Emmanuel Macron, il quale ha spinto affinché, in mancanza di un accordo a Ventisette entro giugno, si proceda appunto con un nucleo ristretto di paesi per dare slancio all’unione dei mercati dei capitali.

Oltre la burocrazia, il nodo degli aiuti di Stato e del fisco

L’ambizione di realizzare un mercato unico «potenziato» comporta conseguenze di rilievo per il tessuto produttivo e industriale del continente. Durante il vertice, diversi leader hanno sottolineato la necessità di rimuovere le barriere burocratiche che ancora ostacolano il commercio transfrontaliero, con stime del Fondo Monetario Internazionale che paragonano tali ostacoli a un dazio medio del 44 per cento sulle merci. La discussione si è concentrata su come armonizzare le normative sugli aiuti di Stato per evitare distorsioni della concorrenza e su come mettere a punto una nuova «grammatica economica» che consenta alle imprese, specialmente quelle tecnologiche, di competere su scala globale. La proposta, avanzata da alcuni, di un nuovo strumento di debito comune per finanziare la difesa e l’intelligenza artificiale ha però subito incontrato la freddezza di Berlino, che ha invitato a non distogliere l’attenzione dal nodo centrale della produttività.

L’ombra di Trump e la strategia per l’autonomia strategica

Se il dibattito interno all’Unione si concentra su regole e meccanismi, lo scenario esterno è segnato dalle turbolenze provocate dalle politiche protezionistiche dell’amministrazione Trump. La minaccia di nuovi dazi e la linea dura su dossier come la sovranità tecnologica hanno agito da catalizzatore, spingendo Bruxelles a cercare maggiore autonomia strategica senza per questo recidere il legame transatlantico. Il primo ministro belga Bart De Wever ha parlato apertamente di rischio di «crisi esistenziale» per l’Europa, mentre il suo omologo lituano Gitanas Nausėda ha equiparato la questione del mercato unico a un problema di sicurezza nazionale, data la necessità di ridurre le dipendenze critiche, a partire da quelle energetiche e delle materie prime. Il via libera a un piano d’azione dettagliato, ribattezzato «Un’Europa, un mercato», è atteso per il prossimo Consiglio europeo di marzo, dove le dichiarazioni d’intenti dovranno infine confrontarsi con la realtà delle decisioni politiche.

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